Archiviato il mercoledì, 17 giugno 2009 in:
aforismi,
proposte
Verrà il giorno in cui il resto degli esseri animali potrà acquisire quei diritti che non gli sono mai stati negati se non dalla mano della tirannia. I francesi hanno già scoperto che il colore nero della pelle non è un motivo per cui un essere umano debba essere abbandonato senza riparazione ai capricci di un torturatore. Si potrà un giorno giungere a riconoscere che il numero delle gambe, la villosità della pelle, o la terminazione dell'osso sacro sono motivi egualmente insufficienti per abbandonare un essere sensibile allo stesso fato. Che altro dovrebbe tracciare la linea invalicabile? La facoltà di ragionare o forse quella del linguaggio? Ma un cavallo o un cane adulti sono senza paragone animali più razionali, e più comunicativi, di un bambino di un giorno, o di una settimana, o persino di un mese. Ma anche ammesso che fosse altrimenti, cosa importerebbe? Il problema non è "Possono ragionare?", né "Possono parlare?", ma "Possono soffrire?".
(da J.Bentham, 'An Introduction to the Principles of Morals and Legislation', 1789)
Mi sembra interessante ciò che afferma Bentham a proposito della sofferenza: si può tracciare per questa una linea invalicabile? C'è un irriducibile essenziale per il quale si può dire solo Si o No? Che sofferenza è sofferenza? Chi è il sofferente? Il testo di Bentham va oltre il problema dei diritti e della legislazione, va oltre, si potrebbe dire, la rivoluzione francese: il dubbio di Bentham abbraccia il problema della verità. Il problema della verità ci mette innanzi l'alterità. Chi è quest'altro? E quest'altro? Chi sono Io? L'altro che soffre mi distrae, mi porta oltre me stesso, mi chiama: Aiutami! In questa situazione ciascuno si chiede: "Che posso fare?", "Come posso aiutare?"; ogni domanda rimarca la condizione di insufficienza dell'Io, devo chiedere perchè non so o non sono qualcosa, come quando un innamorato chede "mi ami?" all'amata e viceversa: l'amore dell'altro mi sfugge, non posso possederlo, non è mio, non sono Io. L'altro, allora, mi spiazza: mi procura una mancanza di verità. Io, che penso di essere tanto sicuro di me stesso, non sono l'altro e non lo so. Perciò: qual'è la linea invalicabile? Qual'è l'altro che traccia la linea della verità? Che alterità mi porta alla verità? La felicità per l'uomo è l'integrità con la verità, l'essere nella verità ed il camminare portandola nel suo essere; la sofferenza è nell'escludere parti di verità, nel non voler accogliere delle alterità. L'ascolto di questa sofferenza è l'ascolto del grido di tutto ciò che chiama l'uomo alla felicità, al di là del suo Ego; è l'alterità che può sciogliere l'Io, l'altro sofferente che può avvicinare l'uomo a Dio. Non esiste linea invalicabile, non c'è nulla che sospenda la relazione con l'alterità: la verità è nel farsi della verità, nella sua danza; il nostro esserci è lo stare al passo, l'ascolto della melodia, il risuonare della parola vera con tutti i sensi e nel rispondere a ciò che è altro da noi con una disponibilità responsabile.