Archiviato il sabato, 14 giugno 2008 in:
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filippo davòli

Il fuoco trasforma. Il fuoco continuamente diviene e divenendo alimenta il costruirsi ed il distruggersi dell'universo. "Sapiente il fuoco", diceva Eraclito, che "disperde e ancora raduna, e si avvicina e si allontana". Questo fuoco non è nulla che noi possiamo immaginarci; non è nulla di umano. Umano è il riconoscere che qualcosa brucia, il vedere ardere un incendio nella sua potenza come sentire un sentimento crescere e dilatarsi. Ma il fuoco è primo, è l'origine. E' il "perchè" dell'incendio: la sua ragione.
La poesia di
Filippo ha il suo luogo nell'incendio nel momento in cui ha il sapore della passione, trasuda di ri-generazione e nasce dall'impeto del Fuoco. Leggiamo una poesia:
Quando il vento si posa oltre la notte
e un canto si solleva lungo i fiumi
tra le erbe non accolte
che dal ciglio di pietra, nell'alveo
che conduce, diresti
che tutto ha un senso,
anche il dolore, anche la morte
che accarezza quel ciglio, che lacrima
nei silenzi del fuoco. E appare
il bagliore dell'alba,
fraternità delle zolle, medesimo
sguardo alla luce, al vero.
La carta allora
torna ad aprirsi, un'orma
traccia il camminamento.
Ci interpella uno stesso fluire
oltre sterpaglie basse.
Credo che questa poesia de "Gli incendi" possa costituire il cuore del libro, il nucleo forte: l'accoglienza del divenire nel suo riunirsi nella quiete. Il tempo della morte e del dolore è raccolto nella prospettiva della luce e questa folgore è una visione d'insieme, tutt'altro che soggettiva, al senso ultimo del fluire: là, nell'inavvicinabile orizzonte di questa luminosità, convergono i volti di tutti quelli che "ci-sono" in questa apertura, quelli che semplicemente guardano e si meravigliano. Questi sono i ragazzi di ogni parte del mondo che Filippo ha incontrato e che hanno tracciato il cammino del fuoco insieme con lui. Lui ha incontrato loro come loro l'hanno incontrato: per questo, io credo, l'orma è segnata con le lettere dell'accoglienza. Ma chi accoglie e chi è accolto? Chi traccia e chi è tracciato? Chi interpella e chi è interpellato? Accogliere è prima di tutto raccogliere-presso; accogliere è avvicinare, come direbbe Heidegger, nel senso di dis-allontanare, ossia "far scomparire la distanza". Eliminare le distanze e tracciare un unico sentiero avvicinante; convergere verso l'uno, il vero. Chi interpella è allora il vero, cioè la direzione. La direzione dirige in quanto ci mette in moto, "ci" dirige. Ma come ci dirige? Con la passione, col fuoco di un incendio, con ciò che ci spinge. Questo fa il divenire: converge i distanti in una stessa orma, "uno stesso fluire".
In questo luogo che segna il "dove" del poema di Filippo - il luogo a cui tendono tutte le parti - si crea l'apertura di un mondo, appare una situazione che dal non-detto ed arriva a "dirsi", ad e-sistere. E' un mondo reale, concreto, dove la morte è silente al bagliore del fuoco, è sconfitta dalla vita del fiume che rinasce dalla fraternità. E' un segnavia. Un segno di ri-generazione.
"
Un anno fa sono partito da casa
e non posso chiamare se non ho soldi
da mandare a mia madre. Che le direi?
Ma non ci torno, non ci tornerò più
a salutare i miei monti - lei, che pensava
che in tutto il mondo si parlasse persiano"
(
Ali )