SERIE A!!!!!!!!!!!!

Archiviato il sabato, 19 maggio 2007 in: attualità
f_Del Piero17880da634e94-ad74-4a59-aaa3-178cfff20bcRitorniamo da dove ci hanno tolto, ritorniamo agguerriti e semplici d'animo, con la nostra tradizionale classe. Per chi non gradisca sentirselo dire, quest'anno non ha cancellato la classe lo stile storici di una squadra centenaria, dove per altre società di serie A, quest'anno oltre-acclamate, queste qualità rimangono in debito. Ritorniamo per far vedere come nessuno ci affossa, neanche escludendoci dai giochi. Ritorniamo in serie A, per riprendercela.
Abbiamo mantenuto i giocatoti di qualità, quella vera, coloro i quali hanno saputo anteporre allo show-business ragioni di fedeltà e di stima, ragioni di riscatto e determinazione, ragioni di maturità. Questi sono i nostri giocatori, che non possono toglersi la moaglia bianconera dal petto perchè è cucita loro addosso.
Grandi, ragazzi!
Ora nessuno potrà più avere dei dubbi, visto che per quelli ci hanno condannato, ma solo si potrà vedere uno spirito-guida di un gruppo che si adatta e lotta per mantenersi sopra le righe, sempre distinto ed impeccabile.  Questo era lo spirito dell'Avvocato, e sarà per sempre lo stile-Juve. In bocca al lupo, ora in SERIE A!!!!!!!!!!
figlioccio @ 17:46 | commenti (4) | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

ANCORA NUOVA FIAT 500 - UN GRAN BEL VIDEO!!

Archiviato il giovedì, 17 maggio 2007 in: annunci, attualità
NUOVA FIAT 500!!!! Leggete tutte le news QUI
figlioccio @ 21:20 | commenti (1) | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

Nietzsche - "La Nascita della tragedia" cap.V

Archiviato il martedì, 15 maggio 2007 in: nietzsche

CAPITOLO V

[Omero e Archiloco. – Il lirico: la musica come visione simbolica. - L'io liri­co è l'io universale. - Schopenhauer e l'essenza del canto. - Il genio e l'ar­tista primigenio del mondo.]

nietzsche_portrait"Ci appressiamo ora al vero e proprio scopo della nostra ricerca, che mira alla conoscenza del genio dionisiaco-apollineo e del suo capolavo­ro o, almeno alla comprensione, piena di presentimento, del mistero di codesta unione. E cominciamo col chiederci dove mai nel mondo elle­nico venga in luce la prima volta quel nuovo germe, che poi si svolge fino alla tragedia e al ditirambo drammatico. Su ciò l'antichità stessa ci dà effi­giata la notizia, quando nelle sculture, nelle gemme e simili, ritrae l'uno accanto all'altro Omero e Archiloco come progenitori e tedofori della poe­sia greca, col fermo sentimento che soli questi due erano da riguardarsi come le nature egualmente e pienamente originali, onde poi scaturì e si sparse una lava di fuoco su tutta la posterità greca. Omero, il canuto sona­tore immerso in se stesso, il tipo dell'artista apollineo, ingenuo, eccolo guardare stupito la testa fremente del battagliero alunno delle muse, Archiloco, fieramente incalzato tra le vicissitudini dell'esistenza: e l'este­tica moderna nessun 'altra spiegazione ha saputo aggiungervi, se non che qui all'artista «oggettivo» è contrapposto il primo artista «soggettivo». A noi questa delucidazione giova poco, perché noi conosciamo l'artista soggettivo solo come cattivo artista, ed esigiamo soprattutto e prima di tutto in ogni forma e altezza d'arte la vittoria sul soggettivo, la liberazio­ne dall' «io» e il tacitamente di ogni volontà e desiderio individuale; anzi non possiamo affatto credere alla minima produzione veramente artisti­ca senza oggettività, senza l'intuizione pura e disinteressata. Occorre per­ciò che la nostra estetica risolva in primo luogo il problema, come mai è possibile il «lirico» come artista: proprio lui, che, stando all'esperien­za di tutti i tempi, dice sempre «io» e ricanta innanzi a noi l'intera gamma cromatica delle sue passioni e delle sue aspirazioni. Accanto a Omero. proprio codesto Archiloco ci spaventa, col suo grido di odio e di scherno, con le ebbre esplosioni delle sue brame: egli, il primo artista cosid­detto soggettivo, non è perciò propriamente il non-artista? Ma allora donde nasce il rispetto. che proprio l'oracolo di Delfi, il focolare dell"arte «oggettiva» ha dimostrato a lui, al poeta, in memorandi responsi? Schiller ci ha illuminati sul processo del suo poetare con una osservazio­ne psicologica a lui stesso inesplicabile. ma che a noi non sembra dub­bia: confessa, cioè, di non avere davanti a sé e in sé, come stato prepa­ratorio dell’atto della creazione poetica, qualcosa come una serie d'immagini con una catena causale di pensieri, ma piuttosto una disposizione musi­cale dell'animo. «II sentimento in me sul principio non ha un oggetto determinato e chiaro: questo si forma più tardi. Precede una certa predi­sposizione musicale dell'animo, dopo la quale l'idea poetica comincia ad apparire.» ). Se ora aggiungiamo a ciò il fenomeno più importante del­l'intera lirica antica, la quale dovunque significa unificazione naturale. anzi identità del lirico col musico. davanti a cui la nostra lirica moder­na sembra l'immagine di un dio senza testa, noi possiamo bene. fondan­doci sui principi precedentemente esposti della nostra metafisica esteti­ca, spiegarci il lirico nel modo seguente. Egli. come artista dionisiaco, comincia col diventare completamente uno con l'Uno primigenio, col suo dolore e contrasto, e rende come musica l'immagine di quest'Uno pri­migenio, se in altri termini la musica ben a ragione è stata denominata una riproduzione del mondo e un suo secondo getto; ma poi, sotto l'azio­ne apollinea del sogno, la musica per lui diventa visibile, come una immagine simbolica di sogno. Il riflesso, senza immagine e senza idea. del dolore primordiale nella musica. con la sua liberazione nell 'apparen­za, produce ora un secondo riflesso. come unico simbolo o esempio. L'ar­tista ha già rinunziato alla propria soggettività nel processo dionisiaco: l'immagine, che ora gli mostra la sua unità col cuore del mondo, è una scena di sogno che rende sensibili e concreti, insieme col piacere origi­nario della parvenza, il contrasto e il dolore originari. L'«io» del lirico risuona dunque dal fondo dell'essere; la sua «soggettività». nel senso inte­so dai moderni studiosi di estetica, è un abbaglio. Quando Archiloco, il primo lirico greco, manifesta il suo folle amore e, insieme, il suo disprez­zo alle figlie di Licambe, non è la sua passione che impazza davanti a noi in vertigine orgiastica: noi vediamo, invece, Dioniso e le menadi. e vediamo l'ebbro tripudiatore Archiloco sprofondato nel sonno, nel sonno quale ce lo descrive Euripide nelle Baccanti, quello che piglia in cima ai pascoli d'alta montagna in pieno sole di mezzodì; e Apollo gli si avvi­cina e lo tocca con l'alloro. L'incantesimo dionisiaco-musicale del dor­miente sprizza allora, per così dire, dintorno in scintille d'immagini, in componimenti lirici, che nel loro massimo sviluppo si chiamano poi tragedie e ditirambi drammatici.

L'artista plastico, e con lui il poeta a lui affine, l'epico, è immerso nella contemplazione pura delle immagini. Invece il musico dionisiaco non vede alcuna immagine; egli è completamente e unicamente lo stesso dolore ed eco originari di quel dolore. Il genio lirico sente sorgere dalla propria alie­nazione mistica e dalla propria identificazione con l'Uno primigenio un mondo d'immagini e di simboli che ha un colorito, una causalità e una rapidità di movimento affatto diversi dal mondo dell'artista plastico e del poeta epico. Laddove quest'ultimo vive con dilettoso compiacimento in codeste immagini e unicamente in esse. e non si sazia di contemplarle amo­rosamente fin nei tratti più impercettibili; laddove perfino l'immagine del­l'irato Achille non è altro per lui che un'immagine, la cui espressione col­lerica egli gode con quel suo piacere onirico dell'apparenza, in modo che grazie a questo stesso specchio dell'apparenza egli è protetto dall 'iden­tificarsi e fondersi con le sue figure; ali 'opposto le immagini del lirico non sono altro che egli stesso e, per così dire, molteplici oggettivazioni di se stesso, tanto che egli può dire «io» appunto perché è il centro motore di quel mondo; con questo, però. che codesto «io» non è punto lo stesso «io» dell 'uomo desto, dell'uomo empirico-reale, sebbene è l'unico «io» veramente universale ed eterno. vivente in fondo a tutte le cose, attraverso le immagini del quale il genio lirico penetra in codesto fondo di tutte le cose. Se ora noi immaginiamo che in mezzo a tali figu­razioni egli veda anche se stesso come non-genio, ossia veda anche il pro­prio «soggetto», veda tutto quanto il groppo delle passioni e volizioni sog­gettive indirizzate a uno scopo determinato che a lui sembra reale; se ora pare quasi che il genio lirico sia uno col non-genio a lui legato. e che il primo parli di sé quando pronunzia il monosillabo «io», questa parven­za non può più trarci in inganno, come ha indubbiamente tratto in ingan­no coloro che hanno qualificato il lirico come poeta soggettivo. In veri­tà Archiloco.l'uomo infiammato dalle passioni. ardente di amore e dì odio. è soltanto una visione del genio, che non è già più Archiloco, bensì il genio universale che esprime simbolicamente il dolore primordiale nella figu­ra dell'uomo Archiloco; laddove l'uomo Archiloco, che ha le sue voli­zioni e brame soggettive, non può mai essere poeta. Se non che, non è affatto necessario che il lirico non veda proprio nient'altro davanti a sé che il fenomeno dell'uomo Archiloco come riflesso dell'essere eterno; e la tragedia dimostra, di quanto il mondo fantastico del lirico possa allon­tanarsi da quel fenomeno, che senza dubbio gli è affine.

Schopenhauer, che non si è nascosto la difficoltà che suscita il problema del poeta lirico nella filosofia dell' arte, crede di aver trovato un espedien­te, in cui non posso seguirlo: eppure egli solo, nella sua profonda meta­fisica della musica, aveva a portata di mano il mezzo decisivo per libe­rarsi di quella difficoltà; come, interpretando il suo spirito e ad onor suo, credo di aver fatto io. Per contro, egli determina la peculiare essenza del canto nel modo seguente (Il mondo come volontà e rappresentazione, I, p. 295): «È il soggetto della volontà, ossia il proprio volere, che empie la coscienza di chi canta; spesso come sciolto, appagato volere (gioia), e più spesso come un volere contrastato (dolore); sempre, tuttavia, come affet­to, passione, animo agitato. Ma nondimeno accanto a questo, e insieme con questo, colui che canta diviene, alla vista della natura dintorno, con­scio di sé qual soggetto del puro conoscere, scevro di volontà: la cui incrol­labile pace spirituale viene a trovarsi in contrasto con l'urto del volere sem­pre costretto, ancor sempre assetato. E la sensazione di tal contrasto, di tal giuoco alterno, è proprio ciò che s'esprime nel complesso della can­zone, e costituisce in genere lo stato lirico. Si direbbe, che in tal stato ci si faccia dappresso il puro conoscere, per liberarci dal volere e dal suo impulso; noi lo seguiamo, ma sol per brevi istanti: sempre di nuovo il vole­re, il ricordo dei nostri fini personali, ci strappa alla pacata contemplazio­ne; ma ogni volta ci discioglie dai lacci del volere la bella natura circo­stante, nella quale a noi si offre la pura conoscenza libera da volontà. Perciò sono nella canzone e nella disposizione lirica il volere (l'interesse perso­nale per i propri fini) e la pura intuizione del mondo circostante in singo­lar modo frammisti: tra loro vengon cercate e immaginate relazioni; la disposizione soggettiva, la commozione della volontà comunica i suoi colo­ri all'ambiente intuito, e questo a quella: di tutto questo stato d'anima sì commisto e discorde è la vera canzone un riflesso».

Chi potrebbe negare che in codesta descrizione la lirica viene caratteriz­zata come un'arte imperfettamente raggiunta, che va alla mèta solo. per così dire, a salti e di rado; insomma come una mezza arte, la cui essen­za consista in questo, che la volontà e la pura intuizione, vale a dire lo stato d'animo estetico e lo stato inestetico, vanno mirabilmente commi­sti tra loro? Noi invece affermiamo che tutto il contrasto secondo il quale - come criterio di valore - anche Schopenhauer divide le arti. cioè il contrasto del soggettivo e dell'oggettivo, nell'estetica è in generale affat­to improprio, perché il soggetto, ossia l'individuo volente e perseguen­te i suoi fini egoistici. può pensarsi solamente come avversario e non già come genitore dell’arte. Ma nella misura in cui il soggetto è artista, è già liberato per ciò stesso del suo volere individuale ed è divenuto, per così dire, un medium, per mezzo del quale l'unico soggetto realmente esisten­te celebra la propria liberazione nella bella apparenza. Giacché, a nostra umiliazione ed esaltazione, bisogna che noi ci rendiamo chiaro conto soprattutto di questo, che l'intera rappresentazione artistica non è esegui­ta affatto per noi, per una nostra qualsiasi edificazione o educazione, anzi, che noi non siamo neppure i veri e propri creatori di quel mondo dell’arte; al contrario possiamo ben ammettere di noi, che noi stessi per il vero creatore di quel mondo siamo già immagini e proiezioni artistiche, e la nostra suprema dignità consiste appunto nell'importanza che abbiamo come opere d' arte; giacché l'esistenza e i I mondo sono eternamente giustificati solo come fenomeno estetico: laddove indubitabilmente la nostra coscienza di tale nostra importanza a stento differisce da quella, che i guerrieri dipinti su una tela hanno della battaglia ivi rappresenta­ta. Per conseguenza tutto il nostro sapere artistico in fondo è completa­mente illusorio, perché noi, come coscienti, non siamo identici con l'es­sere il quale, come unico Creatore e spettatore della rappresentazione artistica, ne apparecchia a se stesso un eterno godimento. Solo in quan­to nell'atto della produzione artistica il genio si fonde con l'artista pri­migenio del mondo, egli sa qualcosa dell'eterna essenza dell'arte; giac­ché in quell’istante egli somiglia in modo meraviglioso all'inquietante immagine della favola, che può rivolgere gli occhi su sé e contemplare se stessa: allora egli è al tempo stesso soggetto e oggetto, è insieme poeta e attore e spettatore."

(F.Nietzsche ,"La Nascita della tragedia")

figlioccio @ 10:27 | commenti | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

Il 14 Maggio, cioè oggi, nella storia: fenomenologia

Archiviato il lunedì, 14 maggio 2007 in: curiosità

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Nati

Morti

Feste e ricorrenze Nazionali

Religiose

Cristianesimo:

 

figlioccio @ 10:21 | commenti | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

Martin Heidegger - Lettera sull'«umanismo» ( pt.1)

Archiviato il mercoledì, 09 maggio 2007 in: heidegger

"Noi non pensiamo ancora in modo abbastanza decisivo l'essenza dell'agire. Non si conosce l'agire se non come il produrre un effetto la cui realtà è valutata in base alla sua utili­tà. L'essenza dell'agire, invece, è il portare a compimento (Vollbringen). Portare a compi­mento significa: dispiegare qualcosa nella pie­nezza della sua essenza, condurre-fuori a que­sta pienezza, producere. Dunque può essere portato a compimento in senso proprio solo ciò che già è. Ma ciò che prima di tutto « è » è l'essere. Il pensiero porta a compimento il ri­ferimento (Bezug) dell' essere all' essenza del­l’uomo. Non che esso produca o provochi questo riferimento. Il pensiero lo offre all' es­sere soltanto come ciò che gli è stato conse­gnato dall'essere. Questa offerta consiste nel fatto che nel pensiero l'essere perviene al lin­guaggio. Il linguaggio è la casa dell'essere. Nella sua dimora abita l'uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora. Il loro vegliare è il portare a compimento la manife­statività dell'essere; essi, infatti, mediante il lo­ro dire, la conducono al linguaggio e nel lin­guaggio la custodiscono. Il pensiero non si fa azione solo per il fatto che da esso scaturisce un effetto o una applicazione. Il pensiero agisce in quanto pensa. Questo agire è probabil­mente il più semplice e nello stesso tempo il più alto, perché riguarda il riferimento del­l'essere all'uomo. Ma ogni operare riposa nel­l'essere e mira all'ente. Il pensiero, invece, si lascia reclamare dall'essere per dire la veri­tà dell'essere. Il pensiero porta a compimen­to, questo lasciare. Pensare è l'engagement par l'Etre pour l'Etre. Non so se linguisticamente sia possibile dire insieme questi due concetti (« par» e «pour») ed esprimerli nell'unica formula: penser, c'est l'engagement de l'Etre. Qui, infatti, la forma del genitivo « de l' ... » deve e­sprimere nello stesso tempo un genitivo sog­gettivo e uno oggettivo. «Soggetto» e «og­getto» sono infatti denominazioni improprie della metafisica, la quale fin dall'inizio si è im­possessata dell'interpretazione del linguaggio nella forma della « logica» e della « gramma­tica» occidentali. Che cosa si celi in questo ac­cadimento, oggi lo possiamo solo sospettare. La liberazione del linguaggio dalla grammati­ca per inserirlo in una struttura essenziale più originaria tocca al pensare e al poetare. Il pen­siero non è solo l'engagement dans l'action per e mediante l'ente, nel senso del reale della si­tuazione presente. Il pensiero è l'engagement per e attraverso la verità dell'essere, la cui sto­ria non è mai passata, ma sta sempre per veni­re. La storia dell'essere sostiene e determina ogni condition et situation humaine. […]heidegger
Nella loro età magna, i Greci hanno pensa­to senza simili denominazioni. Il pensiero es­si non lo chiamavano neppure « filosofia ». Il pensiero volge alla fine quando si ritira dal suo elemento. L'elemento è ciò in base a cui il pensiero può essere un pensiero. L'elemento è ciò che propriamente può (das eigentlich Vermogende): il potere (das Vermogen). Esso si prende a cuore il pensiero e lo porta alla sua essenza. Il pensiero, detto semplicemente, è il pensiero dell' essere. Il genitivo vuol dire due cose. Il pensiero è dell'essere in quanto, fatto avvenire (ereignet)  dall'essere, all'essere appar­tiene. Il pensiero è nello stesso tempo pensiero dell'essere in quanto, appartenendo all'essere, è all'ascolto dell'essere. Appartenendo all'es­sere in quanto ne è all'ascolto, il pensiero è ciò che è in base alla sua provenienza essenziale. Dire che il pensiero è significa dire che l'essere si è ognora preso a cuore destinalmente la sua essenza. Prendersi a cuore una « cosa » o una « persona» nella sua essenza vuol dire amarla, volerle bene. Pensato in modo più origina­rio, questo volere bene significa donare l'es­senza. Questo volere bene (Mdgen) è l'essen­za autentica del potere (Vermogen) che può non solo fare questa o quella cosa, ma anche lasciar « essere presente» (wesen) qualcosa nella sua provenienza (Her-kunft), cioè far essere. E il po­tere del voler bene ciò « in forza di » cui qual­cosa può essere. Questo potere è il « possibi­le» autentico (das eigentlich « Mogliche »), quel­lo la cui essenza sta nel volere bene. A parti­re da questo volere bene l'essere può (vermag) il pensiero. Quello rende possibile questo. L'essere, come ciò che vuole bene e che può (das Vermogend-Mogende), è il « possi bile » (das « Mog-liche »). L'essere in quanto elemento è la « tacita forza » del potere che vuole bene, cioè del possibile. Sotto il dominio della « logica » e della « metafisica », le nostre parole « possibi­le » e « possibilità » vengono ovviamente pen­sate solo in opposizione a « realtà », cioè, in ba­se a una determinata interpretazione dell'esse­re - quella metafisica -, come actus e potentia, una distinzione, questa, che viene identificata con quella di existentia ed essentia."    [...]

( ...continua...)

( M.Heidegger, Lettera sull'umanismo, Adelphi 1995, a cura di F.Volpi )

figlioccio @ 16:18 | commenti | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni