Prolegomeni - Kierkegaard

Archiviato il lunedì, 30 aprile 2007 in: kierkegaard

di Armando Massarenti, "La fidanzata di Kierkeegard", scritto introduttivo al 21° volume della collana "I Grandi Filosofi"  ( Il Sole 24 Ore)

«Essere donna è qualcosa di così strano, di così confuso e di così composito che nes­sun predicato può esprimerlo. mentre a voler usare molti predicati, si contraddicono in modo tale che solo una donna riesce a sopportarlo e, quel che è peggio, a sentirvi­si felice». Provate a pensare, care lettrici. che a corteggiarvi sia qualcuno che, su di voi, pensa e scrive cose di questo genere. È il caso di Soren Kierkegaard e dei suoi Stadi sul cammino della vita, il suo  capolavoro, una specie di parodia del Simposio di Pla­tone che si inaugura con il testo di In vino veritas, scritto tra il 1843 e il 1845 in una sorta di delirio creativo durante il quale dalla sua penna uscirono anche Aut-Aut, Timo­re e tremore, il concetto di angoscia, La ripetizione. «Come Sheherazade si salva la vita raccontando favole - dichiara -, io salvo la mia, o la conservo, a forza di scrivere». Gli "stadi della vita", secondo Kierkegaard, sono tre: estetico, etico, religioso. Si trat­ta in realtà di tre modi fondamentalmente diversi, e inconciliabili tra loro, di condur­re la propria esistenza. Quello estetico ha per simbolo don Giovanni. il protagonista del Diario di un seduttore; quello etico è simboleggiato dal «marito fedele»; e quel­lo religioso dall'Abramo biblico. Ma attenzione, non c'è niente di hegeliano in que­sta triade. Passare dall'uno a/l'altro stadio è possibile solo attraverso un salto, un capo­volgimento completo del proprio modo di vivere, una sorta di conversione. Niente tesi, antitesi e tantomeno sintesi. Semmai una serie di paradossi e di laceranti antinomie che disegnano per la prima volta nella storia della filosofia le figure dell'angoscia e dell'assurdità dell'esistenza. Benché anelasse al secondo e al terzo stadio, descritti peraltro in maniera esemplare e profonda, Kierkegaard, almeno in una prima fase della sua esperienza, restò legato essenzialmente al primo. E a farne le spese fu soprattut­to la sua povera fidanzata.

Kierkegaard non è stato quel che si potrebbe dire un uomo fortunato. Nacque a Copenhagen nel 1813, ultimo dei sette figli. Il padre, commerciante, dopo un primo matrimonio sterile, aveva sposato in seconde nozze la propria domestica, da cui aveva avuto tutti i suoi figli. Soren, un «figlio della vecchiaia», era nato quando il padre aveva già 56 anni e la madre 44. Cinque dei suoi fratelli morirono prima di lui. Gli sopravviverà soltanto Pietro, che diventerà vescovo luterano. Tra il 1819 e il 1834 perde due fratelli due sorelle e la madre. Riceve dal padre un'educazione religiosa in forza della quale gli viene inculcato un asfissiante senso del peccato. Parafrasando Sant' Ago­stino («Signore,fammi casto, ma non subito») si potrebbe dire che il suo motto era qual­cosa del tipo: «Dio,fammi pentire, ma non troppo presto». Ebbe tutto il tempo di "pec­care", e anche di tormentare coi suoi "sadici" esperimenti seduttivi la povera fidanzata, per poi, infine, pentirsi e trovare, nel suo modo travagliatissimo, la via della religio­ne. Anzi della fede, che a suo parere si fonda sullo scetticismo più radicale nei con­fronti della ragione. «Credere è propriamente andare per quella via dove tutti gli indi­catori stradali mostrano: indietro. indietro, indietro! Dunque, la via è stretta (Matteo, 7,/4) - e questo già appartiene alla fede. La via è buia; anzi, non è soltanto buia di un buio pesto, ma è come se la luce dei lampioni non facesse che confondere e aumen­tare l'oscurità ... proprio perché gli indicatori significano la direzione inversa».Kierkegaard_01

Ma torniamo alla fidanzata: Regina Olsen, poi sposata a Frederik Schlegel. È sulla pelle di lei che Soren sperimentò molte idee filosofiche, e in particolare le proprie teo­rie della seduzione. Nel 1841, a fidanzamento rotto, la donna sfiorò il suicidio. Grazie alle sue sperimentazioni, Regina Olsen ebbe rovinata la vita, al punto che serbò tale rancore per Kierkegaard, che quando egli morì, rifiutò la parte di eredità che lui le aveva lasciato. «Il lato esecrabile di un fidanzamento - scrive del resto Kierkega­ard - è appunto quello etico. L'etica è altrettanto noiosa nella scienza che nella vita. Quale differenza! Sotto il cielo dell' estetica tutto è facile, bello, alato: ma quando entra in campo l'etica, tutto diviene allora severo, squallido, infinitamente noioso».

La noia, la nausea i vivere, l'angoscia. Tutti temi che disegnano la figura di un esi­stenzialista ante litteram. Così come le domande radicali che egli aggiunse a quelle con cui si cimentano normalmente i filosofi: «Sono allo stremo. La vita mi disgusta, è insapore, senza sale né senso. Fossi affamato più di Pierrot, non mi andrebbe egualmente d'ingoiare la spiegazione offerta dagli uomini. Ficcano il dito nella terra per annusare in che paese stanno; io ficco il dito nella vita - non sa di niente. Dove sto? Cosa vuoi dire: il mondo? Cosa significa questa parola? Chi mi ha tirato pro­ditoriamente nella faccenda, e adesso mi ci lascia dentro? Chi sono io? Come sono entrato nel mondo? Perché non m 'hanno interpellato, perché non m 'hanno istruito su regole e costumi, invece d'intrupparmi quasi che fossi stato comperato da un mer­cante di mozzi? Come san diventato socio nella grande impresa che chiamano real­tà? Perché devo essere socio? Non è facoltativo? E se devo esserci costretto, dov'è allora il direttore? Dove devo rivolgermi col mio reclamo? Dopotutto, la vita è un dibat­tito - posso chiedere che il mio parere venga inserito nell'ordine del giorno? Se biso­gna prendere la vita com'è, non sarebbe meglio stabilire com'è?».

Domande legittime, talvolta perfettamente inedite, tutte ben formulate, tutte dettate dalla noia, la maledetta noia. Da porsi preferibilmente evitando che a pagarne le spese siano gli altri. Anzi, le altre.

figlioccio @ 12:10 | commenti | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

Rembrandt: l'esserci dell'essente

Archiviato il venerdì, 27 aprile 2007 in: heidegger, rembrandt
Studiando Estetica, la realtà assume caratteri nuovi. Se poi, al contempo, si ricerca nell'opera di Heidegger l'essenza come fondamento, ed il fondamento come essenza, l'esistenza dello Spirito si accresce e si riabilita, risorge, "fuoriesce" dalla mediocrità del corpo ( penso, sempre più, che questa fuoriuscita si manifesti, per dire, anche fisicamente, quando accade la cosiddetta "pelle d'oca"...lo Spirito è colmo, respira, il corpo non basta a trattenerLo e si adegua come può ).
Oggi ho incontrato Rembrandt: passeggiavo fra le righe dell'opera di Simmel, quando l'occhio si è soffermato davanti ai ritratti di questo grande artista. Una seria infinita di autoritratti, non casuale: nell'attimo del ritratto l'essenza dell'esistenza, nel particolare il generale, nell'insieme dei particolari contingenti l'espressione dell'unità generale dell'esistenza.

rembrandtCome si vede, non si ricerca l'imperscutabilità tipica dei ritratti rinascimentali, non c'è una volontà forzante l'atto pittorico. L'espressione è l'oggi: la fenomenologia dell'opera di Rembrandt, costruita nell'esercizio costante del ritratto del momento attuale, raffigura l'esistenza dell'umano nella sua dinamicità. L'Uno nel Molteplice ed il Molteplice nell'Uno. Il presente racchiude la storia degli effetti come questa è l'evidenza dell'attimo in movimento; in fondo proprio qui è determinato quel movimento incessante dell'esistere che fonda l'esserci, come terra fertile che aspira nel ponte dell'esistenza alla ricongiunzione con l'Essere. Rembrant schizza improvvisamente nella problematicità della determinazione dell'io ( tipicamente novecentesca ) essendo pittore di se stesso - e non solo - nel 1600: precursore sotto molti spetti, insomma. La sua galleria, più che psicologica, è il raffronto esistente fra la storia ontogenetica e filogenetica dell'umanità, la riconciliazione fra aristotelismo e platonismo, una nuova "forma".
Un'estasi, nel suo significato etimologico, una "surrezione" in termine Panikkariano. Penso che, a fronte, di tutto ciò, il punto saldo sia ancora il miracolo del magnifico nel semplice.
figlioccio @ 20:07 | commenti | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

NOTTURNO #1

Archiviato il venerdì, 13 aprile 2007 in: riflessioni da sigaretta, colpi di penna






Come può qualcuno ancora guardare in terra, 
quando anche il nostro fumo finisce
in cielo, subima nell'universo. 






figlioccio @ 21:08 | commenti | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni