Prolegomeni - Kierkegaard
«Essere donna è qualcosa di così strano, di così confuso e di così composito che nessun predicato può esprimerlo. mentre a voler usare molti predicati, si contraddicono in modo tale che solo una donna riesce a sopportarlo e, quel che è peggio, a sentirvisi felice». Provate a pensare, care lettrici. che a corteggiarvi sia qualcuno che, su di voi, pensa e scrive cose di questo genere. È il caso di Soren Kierkegaard e dei suoi Stadi sul cammino della vita, il suo capolavoro, una specie di parodia del Simposio di Platone che si inaugura con il testo di In vino veritas, scritto tra il 1843 e il
Kierkegaard non è stato quel che si potrebbe dire un uomo fortunato. Nacque a Copenhagen nel 1813, ultimo dei sette figli. Il padre, commerciante, dopo un primo matrimonio sterile, aveva sposato in seconde nozze la propria domestica, da cui aveva avuto tutti i suoi figli. Soren, un «figlio della vecchiaia», era nato quando il padre aveva già 56 anni e la madre 44. Cinque dei suoi fratelli morirono prima di lui. Gli sopravviverà soltanto Pietro, che diventerà vescovo luterano. Tra il 1819 e il 1834 perde due fratelli due sorelle e la madre. Riceve dal padre un'educazione religiosa in forza della quale gli viene inculcato un asfissiante senso del peccato. Parafrasando Sant' Agostino («Signore,fammi casto, ma non subito») si potrebbe dire che il suo motto era qualcosa del tipo: «Dio,fammi pentire, ma non troppo presto». Ebbe tutto il tempo di "peccare", e anche di tormentare coi suoi "sadici" esperimenti seduttivi la povera fidanzata, per poi, infine, pentirsi e trovare, nel suo modo travagliatissimo, la via della religione. Anzi della fede, che a suo parere si fonda sullo scetticismo più radicale nei confronti della ragione. «Credere è propriamente andare per quella via dove tutti gli indicatori stradali mostrano: indietro. indietro, indietro! Dunque, la via è stretta (Matteo, 7,/4) - e questo già appartiene alla fede. La via è buia; anzi, non è soltanto buia di un buio pesto, ma è come se la luce dei lampioni non facesse che confondere e aumentare l'oscurità ... proprio perché gli indicatori significano la direzione inversa».
Ma torniamo alla fidanzata: Regina Olsen, poi sposata a Frederik Schlegel. È sulla pelle di lei che Soren sperimentò molte idee filosofiche, e in particolare le proprie teorie della seduzione. Nel
La noia, la nausea i vivere, l'angoscia. Tutti temi che disegnano la figura di un esistenzialista ante litteram. Così come le domande radicali che egli aggiunse a quelle con cui si cimentano normalmente i filosofi: «Sono allo stremo. La vita mi disgusta, è insapore, senza sale né senso. Fossi affamato più di Pierrot, non mi andrebbe egualmente d'ingoiare la spiegazione offerta dagli uomini. Ficcano il dito nella terra per annusare in che paese stanno; io ficco il dito nella vita - non sa di niente. Dove sto? Cosa vuoi dire: il mondo? Cosa significa questa parola? Chi mi ha tirato proditoriamente nella faccenda, e adesso mi ci lascia dentro? Chi sono io? Come sono entrato nel mondo? Perché non m 'hanno interpellato, perché non m 'hanno istruito su regole e costumi, invece d'intrupparmi quasi che fossi stato comperato da un mercante di mozzi? Come san diventato socio nella grande impresa che chiamano realtà? Perché devo essere socio? Non è facoltativo? E se devo esserci costretto, dov'è allora il direttore? Dove devo rivolgermi col mio reclamo? Dopotutto, la vita è un dibattito - posso chiedere che il mio parere venga inserito nell'ordine del giorno? Se bisogna prendere la vita com'è, non sarebbe meglio stabilire com'è?».
Domande legittime, talvolta perfettamente inedite, tutte ben formulate, tutte dettate dalla noia, la maledetta noia. Da porsi preferibilmente evitando che a pagarne le spese siano gli altri. Anzi, le altre.




















Come si vede, non si ricerca l'imperscutabilità tipica dei ritratti rinascimentali, non c'è una volontà forzante l'atto pittorico. L'espressione è l'oggi: la fenomenologia dell'opera di Rembrandt, costruita nell'esercizio costante del ritratto del momento attuale, raffigura l'esistenza dell'umano nella sua dinamicità. L'Uno nel Molteplice ed il Molteplice nell'Uno. Il presente racchiude la storia degli effetti come questa è l'evidenza dell'attimo in movimento; in fondo proprio qui è determinato quel movimento incessante dell'esistere che fonda l'esserci, come terra fertile che aspira nel ponte dell'esistenza alla ricongiunzione con l'Essere. Rembrant schizza improvvisamente nella problematicità della determinazione dell'io ( tipicamente novecentesca ) essendo pittore di se stesso - e non solo - nel 1600: precursore sotto molti spetti, insomma. La sua galleria, più che psicologica, è il raffronto esistente fra la storia ontogenetica e filogenetica dell'umanità, la riconciliazione fra aristotelismo e platonismo, una nuova "forma".