AQUISGRANA IN VAL DI CHIENTI

Archiviato il mercoledì, 31 gennaio 2007 in: discovery blog

Comitato per lo studio della presenza dei Franchi,Carolingi, Sassoni e Svevi in Val di Chienti

Ho letto sul sito di Repubblica che ci sono state delle scoperte interessantissime riguardo a Pompei ed in particolare a come questa città fosse stata fondata, visto che della sua tragica fine sappiamo quasi tutto; l'insistenza degli scavi ha portato alla luce gli edifici che si celavano sotto le mura ed i resti ancora presenti, rivelando la originaria natura Etrusca della metropoli romana, risalente al VI secolo a.C. secondo gli ultimi studi.
Senza gli scavi e soprattutto qualche ente in grado di finanziarli (e quindi senza la necessaria importanza storica e quindi "pubblicitaria" del sito) nulla di tutto questo sarebbe potuto venire alla luce, poichè nascosta dal empo e dall'abilità della natura.
Tutto ciò mi sembra molto utile per lanciare un messaggio agli enti della nostra regione, le Marche, perchè prendano in seria considerazione gli studi realizzati dal prof. Giovanni Carnevale: nella sua tesi, che promuove da più di vent'anni, il professore -  insegnante di Latino, Greco, Storia dell’Arte, esperto di archeologia ed ottimo conoscitore delle lingue tedesca e francese - sostiene, a buon diritto, che la storia occidentale dell'Alto medioevo, in particolare dell'età di Carlo Magno, veda interamente rivista sotto una nuova ottica.s_claudio_absidi
Nella località di S.Claudio, a pochi km da Macerata, alla fine di un grazioso vialetto fiancheggiato da una fantastica ed antichissima pineta, si trova una chiesa, che oggi viene chiamata Abbazia, per i suoi inspiegabilmente numerosi possedimenti. Un "unicum" nella nostra zona per la sua architettura, che attirò subito la curiosità del professore, sollevando una serie di interrogativi rivoluzionari. "
Fu la sua enigmatica architettura a far sorgere i primi inquietanti interrogativi sulla sua origine e funzione: per struttura S. Claudio risultava sorprendentemente identica alla basilica di Aquisgrana vista da Vidukind nel 936 e da lui descritta con ricchezza di particolari all'inizio del II libro della sua Cronaca." dice il prof. Carnevale nelle sue pubblicazioni.
Proprio così: questa chiesa è in realtà la Cappella Palatina, la famosa Aquisgrana da sempre collocata ad Aachen per ignoranza e per ingenuità, visto che non esistono documenti storici che lo dimostrino; "I
l Barbarossa testimonia che Carlo Magno fu dichiarato santo ad Aquisgrana e dagli "Annales Aquenses" risulta che l'anno dopo, nel 1166, venne traslato. Non si dice dove ma presumibilmente ad Aachen, dal momento che oggi i suoi resti si trovano là." 
Ad Aachen il corpo fu "traslato", cioè in precedenza era altrove. Quindi, stando ai documenti, Aquisgrana non era di certo Aachen. Ma proseguiamo con le prove: "
Il Notker, che aveva certamente visto Aquisgrana afferma che sulla sommità della Cappella Palatina vi era un terrazzo che girava intorno alla cupola centrale, cosa ancora verificabile non a S. Claudio in quanto la cupola è venuta meno ma a S .Vittore alle Chiuse che di S. Claudio è chiesa derivata.
Ad Aachen la terrazza non c’è, né vi è mai stata, poiché la cupola non lascia spazio ad una terrazza che le giri intorno. Come mai una notizia cosi importante ha potuto essere accantonata ? Semplice: si è detto che Notker racconta bugie ma solo in virtù del fatto che ad Aachen una terrazza non esiste
!". "
 I terremoti escludono che Aquisgrana potesse essere localizzata a nord delle Alpi. Le fonti storiche citano terremoti nell' 803, 814, 823, 829. Aachen come tutta la Germania non è zona di particolare rilevanza sismica."
"Ogni anno a primavera Carlo Magno adunava il suo esercito nel Campus Maius. In Val di Chienti c'è ancora oggi, alle spalle di S. Claudio una vasta pianura chiamata Campomaggio.
Andrea Bacci di S. Elpidio a Mare, noto archiatra del 1550, additava resti di un Palazzo antico, ritenuto per tradizione il Palazzo di re Carlo, proprio nella zona di S. Claudio.
Eccone il passo originale:
"Si venne a un gran fatto d‘Armi ne i piani di Chienti…., la quale istoria si raccoglie bene da chi osserva gl‘ autori e i gran fatti di Carlo Magno contro i Saraceni, ma più chiaro lume n‘habbiamo noi per le memorie particolari, che ne rimasero in quei luoghi, e vi si veggono infino al presente giorno, perché ottenuta si gran vittoria quel buon Imperatore in conformatione del fatto e a gloria di Dio fece subito edificare in quei piani, dove fu fatta la giornata, un monastero, a nome e gloria della Santa Croce….; il qual tempio è Abbatia hoggi lontana da Sant‘Elpidio tre miglia e si vede in piede di nobile Edifitio, e ben dotata; e più oltre si vede ancora una parte d‘un Palazzo da Campagna antico, che fino al dì d‘hoggi della memoria di sì gran fattione è chiamato il Palazzo di Re Carlo".
(Bacci Andrea, Origine dell‘antica città di Cluana, oggi Sant‘Elpidio a mare. Riportato in Natale Medaglia, Memorie istoriche della città di Cluana. Macerata 1692.).

s. claudioTutto ciò riempie le nostre terre di uno splendore nuovo: storicamente, si può  dire che numerose anomalie persistenti, dovute all'incomprensione di numerosi testi fondamentali ( come le biografie di chi visse accanto a Carlo Magno, ossia Eginardo - "Vita Karoli Magni Imperatoris" - e Notker - "De Gestis Karoli Imperatoris") si risolvono posizionando Aquisgrana in Val di Chienti, cioè nell'attuale s.Claudio.
"Carlo Magno fu dichiarato "beatus" in Aquisgrana a Natale del 1165 da Pasquale III, un antipapa italiano di parte imperiale, di cui è documentabile che non mise mai piede in Germania. Per spiegare l'assenza del papa da Aachen, i manuali di storia ripetono che detto papa fu sostituito nella beatificazione di Carlo Magno da Rainald von Dassel, legato imperiale per l'Italia e dal 2 ottobre 1165 arcivescovo di Colonia. Ma questo è un inventarsi gli eventi storici !"
"Notker ci informa che Carlo Magno nel ricevere a corte un'ambasciata bizantina si lasciò sfuggire l’espressione per cui se non ci fosse stato " ille gurgitulus" (quello stagno,quella pozzanghera) a separarlo da Bisanzio ne avrebbe potuto condividere le ricchezze dell'Oriente. L'espressione avrebbe senso solo se pronunciata in Val di Chienti, col braccio teso ad indicare l'Adriatico."

Tutto ciò parte però dall'evidente somiglianza architettonica della chiesa di S.Claudio con altre chiese (Germigny de Près, presso Orleans; il Frigidarium di Khirbet al Mafjar "E' probabile, per le straordinarie analogie di strutture e di dettagli, che a progettare S.Claudio sia stato lo stesso architetto di Khirbet al Mafjar e che R. W. Hamilton ha identificato in Abd Allah ibn Sulaym.
Dalle fonti risulta che presso la corte di Aquisgrana vi fossero tanto un orientale di spicco il cui nome era Abdullah quanto maestranze provenienti dalla Siria islamizzata")
che dai documenti storici dell'epoca risultano essere state i modelli architettonoci voluti da Carlo Magno per la costruzione della Cappella di Aquisgrana. Aachen non ha niente in comune con questi modelli, perciò oramai è fuorui discussione che la residenza di Carlo Magno fosse lì, è certo infatti che Federico I Barbarossa "traslò" il corpo santificato di Carlo in Germania e dopo di lui si affermò che quella fosse la vera Aquisgrana, ma a torto, unicamente per affermare il primato germanico sul Sacro Romano Impero.
Dice Carnevale: "
Non ho formulato una teoria astratta. Ho valutato i dati delle fonti da un nuovo, unitario punto di vista, ho sottoposto a riesame critico i dati archeologici, ho ambientato geograficamente il tutto. Non pretendo di essere creduto sulla parola; mi auguro solo di suscitare interesse per un problema di enorme rilevanza culturale. So che i medievisti non dispongono di concreti elementi per rifiutare o confutare la tesi, che è inattaccabile perché vera. Il sisma culturale da essa provocato scuote però le basi di tutte le discipline storiografiche relative all'Alto Medioevo e l’accoglimento della tesi postula una nuova riflessione storica che richiede tempo. La storiografia è colta in contropiede e per la sensibilità dei tedeschi Aachen costituisce un mito, a cui non si può rinunciare a cuor leggero."
Vi rimando al sito del Comitato per lo studio della presenza dei Franchi,Carolingi, Sassoni e Svevi in Val di Chienti  ed al sito per Aquisgrana in val di Chienti,

L'unica possibilità per dare luce a queste indagini è fare degli scavi, delle ricerche in loco per ridare alle nostre terre lo splendore e la centralità che avevano negli anni di formazione dell'Europa. Perciò il mio è un appello: spero che qualcosa si muova.
     

figlioccio @ 15:06 | commenti | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

VARIAZIONI SUL "CLIMA" - Alessandro Lanzoni

Archiviato il lunedì, 29 gennaio 2007 in: giganti, riflessioni da sigaretta
Alessandro LanzoniVoi le avete viste le api? Beh, durante la mia pausa sigeretta, nel post-pranzo, oggi io ho visto la mia prima ape della stagione: timida (il mio sguardo l'ha incontrata un attimo, per poi vederla scappare via insieme al fumo) ed impaurita.
Mi ha fatto scattare all'indietro: io ho paura delle api, questo è vero, ma della primavera che avanza così precoce no; mi ha dato allegria, riflessa nel caldo sole di oggi, l'idea che questo è un anno tutto strano e incompreso. Mi sono girato verso Mietta e le ho detto: "era un'ape vero?!?", "beh...pare di sì".
Un'ape non fa primavera, mi viene da pensare; ma è anche un prodigio: la natura si risveglia (anche se in anticipo) e comincia un nuovo corso, ogni anno affidandosi a piccoli esserini che sanno già ciò che devono fare nel tempo che viene. Devono essere strumenti di vita.
L'ape mi sa un po' di miracolo: la piccola ape inesperta deve cambiare la stagione, deve semplicemente mostrarsi ed esserci per dare un'emozione, per farsi parlare. Un po', forse, come un musicista...
Allora ecco che questo è un prodigio come Alessandro Lanzoni, che a 14 anni suona il piano da dio, come ogni quattordicenne (è ovvio) da adolescente, essenzialmente si mostra, all'improvviso, senza apepreavviso, e tu ti giri e chiedi "era un prodigio, vero?!?" e senti rispondere "Beh, pare di sì"; la natura parla con i suoni e con i colori, cioè di emozioni.
Ieri sera, al Lauro rossi, è stato così: un volo, un colore ed un artista geniele ed impacciato (come ogni genio, come ogni ragazzo, come ogni ape) ed un'assemblea che si raduna per lo stupore. Magia.
E come ieri sera ho spento la sigaretta, la spengo anche ora, e ci rifletto su.
figlioccio @ 15:43 | commenti | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

ORFEO, O LA FILOSOFIA - Francesco Bacone

Archiviato il lunedì, 29 gennaio 2007 in: bacone, mitologia/e
Da Francesco Bacone, "Della Sapienza degli antichi", (De Sapientia Veterum) Anno 1609

"La favola di Orfeo che, sebbene tanto divulgata, non ha ancora avuto una completa e sicura interpretazione, sembra esser l'immagine della filoso­fia universale. Infatti la persona di Orfeo, uomo tanto meraviglioso da parer divino ed esperto di ogni armonia tanto da poter vincere tutte le cose, trascinandole verso di sé con i suoi dolci accordi, con facilità si può applicare alla descrizione della filosofia. Le imprese di Orfeo, infatti, supe­rano le fatiche di Ercole per nobiltà e potenza, come le opere della sapienza superano quelle della forza fisica. Orfeo, per amore della moglie strappatagli da morte immatura, decise di scendere all'inferno per sup­plicare i Mani con la potenza della sua lira. E non s'ingannava, perché. placati i Mani e addolcitili con la soavità e le modulazioni del canto, acqui­stò tanta grazia presso di loro da ottenere la restituzione della moglie; col patto, però, che ella lo dovesse seguire da tergo, senza che egli si voltas­se a guardarla, prima di essere uscito alla luce del sole. Nondimeno egli non tenne fede al patto per l'impazienza dell'amore e dell'affanno, ma trasgredì quando era quasi arrivato in salvo, e la donna fu risospinta all'in­ferno precipitosamente. Da quel momento Orfeo, odiando le donne, si riti­rò tristemente nel deserto, dove con la stessa dolcezza del canto e della lira da prima trasse a sé le fiere d'ogni genere. Queste belve perdevano la loro natura ferina e, dimenticando la loro rissosità e ferocia. non più rese furiose dagli impulsi e dai furori della lussuria, non si curavano più di saziare la loro voracità, né di spiare la preda con bramosia; ma solo desideravano stare a lui d'intorno, come si sta dinanzi a uno Canova,Orfeospettacolo. tranquille e mansuete, per ascoltare il suono della lira. é questo è tutto: tanto potente e formidabile era quella musica, che riusciva a smuovere le selve e le rocce, e a farle cambiare di posto, disponendole in ordine e in modo conveniente intorno a lui. Tutto questo continuò ad avvenire feli­cemente e con grande meraviglia per un certo tempo, finché le donne della Tracia, eccitate dalla furia bacchica, soffiarono in un corno che dava un suono roco e fortissimo: a causa dello strepito non si poté più udire il suono della musica, e allora rotta l'armonia, che era il vincolo che manteneva unita la società di Orfeo, l'ordine cominciò a turbarsi, e tutte le fiere tornarono alla loro natura perseguitandosi a vicenda come prima, le pietre e le selve non rimasero più nel luogo dove erano; lo stesso Orfeo, infi­ne, fu dilaniato dalle donne furenti e sparso a pezzi per i campi. In ricor­do della sua morte, l'Elicona, fiume sacro alle muse, indignato, sprofon­dò le sue acque sotto terra e mise poi fuori il capo in altri luoghi.
Ecco ora il senso della favola, secondo ogni apparenza. Il canto di Orfeo è distinto in due: l'uno per placare i Mani, l'altro per far muovere verso di lui le fiere e le selve. Il primo si riferisce alla filosofia naturale, l'al­tro alla filosofia morale e civile: infatti il più nobile scopo della filoso­fia naturale è la restaurazione e il rinnovamento delle cose corruttibili, e (di esso quasi gradi minori) la conservazione dei corpi nel loro stato e il ritardo della dissoluzione e putrefazione. Ora, ammesso che questo scopo possa essere raggiunto, esso non si può certo attuare in altro modo che per debiti e sottili temperamenti apportati alla natura, come con una perfetta armonia e con acconce modulazioni della lira. Ma l'impresa, essen­do assolutamente la più ardua di tutte, spesso manca al suo effetto, e non per altra causa, come par verisimile, che per una intempestiva e curiosa impazienza e un soverchio zelo. Perciò la filosofia, incapace di tanta impre­sa, e per conseguenza triste, si rivolge alle cose dell'uomo; e, insinuan­dosi nell'animo degli uomini con la persuasione e l'eloquenza, vi porta l'amore della virtù, della pace e della giustizia, trattiene uniti gli uomi­ni nella società, induce all'osservanza delle leggi, alla sottomissione al potere pubblico, a reprimere i desideri smodati, ad ascoltare solo i pre­cetti della filosofia e a conformare ad essi le azioni. Onde poco dopo sor­gono gli edifici, vengon fondate città, si piantano gli alberi, nei campi e nei giardini; come nella favola è detto non senza ragione che le rocce e le selve cambiavano posto e venivano vicine. Questa cura messa nelle opere civili viene posta giustamente e con ordine dopo il tentativo riu­scito vano di ridare vita ai corpi mortali, perché l'inevitabile necessità della morte, ribadita così con maggiore evidenza, spinge l'animo umano a cer­care l'eternità nei meriti e nella fama del proprio nome. Molto opportu­namente la favola aggiunge che Orfeo era nemico delle donne e del matrimonio, perché le dolcezze del matrimonio e le tenerezze della paternità distolgono di solito gli uomini dai più grandi e nobili servigi verso lo Stato, inducendo a ritenere di poter ottenere l'immortalità con la discendenza, non con le azioni. Tuttavia anche le opere della sapien­za, benché eccellano tra le cose umane, sono sempre limitate a certi periodi particolari. Accade infatti che, a una temporanea fioritura dei regni e degli Stati, facciano seguito turbamenti, sedizioni e guerre, negli strepiti delle quali cadono per prima cosa le leggi, gli uomini ritorna­no alle depravate condizioni della loro natura, e torna la desolazione nelle campagne e nelle città. Non molto tempo dopo. se i torbidi di que­sto stato continuano, anche le lettere e la filosofia son fatte a pezzi, e i loro frammenti si trovano solo in pochi luoghi come tavole di un nau­fragio, e vengono tempi di barbarie (quando le acque dell’Elicona si som­mergono sotto la terra); finché, per la natural vicenda delle cose, le tavo­le ritornano alla superficie e vanno a fermarsi, forse non negli stessi luoghi, ma presso altre nazioni. "
figlioccio @ 11:15 | commenti | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

ILLUSIONE OTTICA - Com'è possibile?

Archiviato il sabato, 27 gennaio 2007 in: effetti ottici

triangoli

Io non sono riuscito a spiegarlo...qualcuno vuole provarci??

figlioccio @ 11:04 | commenti (7) | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

AFRODITE - Dea dell'amore, della bellezza e della feconditĂ 

Archiviato il venerdì, 26 gennaio 2007 in: mitologia/e
La sua nascita era collegata con le acque del mare fecondate dal se­me di Urano, da cui sarebbe emer­sa, presso l'isola di Citera; ma, da altri, viene considerata figlia di Zeus e di Dione.
Appena nata cavalcando una conchiglia raggiunse l'isola di Cipro, dove venne accolta dalle Ore che la vestirono e la agghindarono. Per la sua straordinaria bellezza fu desiderata da tutti gli dei e numerose sono le sue storie amorose anche con mortali.  afrodite
Primo fra tutti amò Nerite fino quando il padre la chiamò all'Olimpo. Zeus la diede in sposa a Efesto, come premio per avergli fabbricato i fulmini che gli diedero la vittoria contro i Giganti. Afrodite tradì ripetutamente li deforme marito con Ares da cui ebbe Eros, Armonia, Antero, Dei­ma e Fobo. Da Ermes ebbe Erma­frodito e da Dioniso, Priapo. Tra gli umani Afrodite amò Adone, Anchise, da cui ebbe Enea, l'argonauta Bute che la re­se madre di Erice e altri ancora.
Quando Eris lanciò la mela de­stinata alla più bella delle tre dee convitate alle nozze di Peleo, pro­mise ad Alessandro chiamato poi Paride, la mano di Elena, la più bella fra le donne, ottenendo così la mela fatale. Questo fatto causò la guerra di Troia nella quale Afrodite parteggiò per i Troiani e avvolse nella nebbia il duello di Paride e Menelao salvando il suo protetto da morte sicura. Protes­se anche Enea che stava per soc­combere per mano di Diomede e quest'ultimo, assecondato da Atena, ferì la dea ad una mano.
Afrodite era venerata con i no­mi di Pandemia, dea dell'amore sensuale, Urania, dea dell'amore puro e casto, Anadiomene, la dea che emerge dalle onde, o con appellativi derivati dal luogo in cui era oggetto di culto particolare: Ciprigna, Citerea, Cnidia, Acidalia, Amatusia, Pafia e altri.
I romani identificarono Afrodite con Venere e le dedicarono la luminosa stella del mattino.
("Dizionario dei miti greci e romani", Gian Luigi Bruschi, ed. il Capitello)
figlioccio @ 11:49 | commenti | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

NUOVO TAG: MITOLOGIA

Archiviato il giovedì, 25 gennaio 2007 in: mitologia/e

"Come nacquero i miti? Dobbiamo soprattutto immaginare com'era la vita sulla Terra ai tempi delle prime civiltà: gli uomini temevano le improvvise manifestazioni della natura e godevano invece delle cose si­cure, come il Sole, la Luna, le stagioni.

Al fine di attirarsi la benevolenza di queste forze, trascendenti la loro capacità di comprenderle, personificarono i fenomeni naturali creando delle divinità, per poterne invocare la clemenza o la protezione e dando così origine al po1iteismo. panacea

Un 'altra necessità sentita dai nostri avi fu di scoprire le origini della vita. Nessuno tra i popoli del mondo antico seppe dare a questo mistero una spiegazione, tanto fantasiosa quanto armonica, come quella creata dai Greci. Essi immaginarono che prima di ogni altra cosa esistesse il Caos, inteso non come una mescolanza disordinata di tutte le cose, ma co­me spazio infinito e buio.

Dal Caos ebbero origine per prime le entità cosmogoniche preesisten­ti alla creazione dell'Universo: l'Erebo e la Notte. L'Erebo scese nell'oscu­rità degli Inferi, mentre la Notte concepì l'Amore (Eros), principio fonda­mentale della creazione del Cosmo. Nacquero poi il Cielo (Urano) e la Ter­ra (Gea) che generarono i Titani, i Centimani e i Ciclopi.

Urano, temendo di essere spodestato dai figli, li relegò nel fondo del Tartaro, ma Gea indignata istigò i figli a ribellarsi al padre e fu il titano Crono quello che lo evirò. Dal sangue sparso da Urano nacquero i Gigan­ti, le Erinni, le Ninfe Meliadi e Afrodite, dea dell'amore.

Crono dalla titanide Rea ebbe Estia, Demetra, Era, Ade, Posidone e Zeus, ma, temendo di subire la stessa sorte del padre, ingoiava tutti i figli appena nati. Rea riuscì a salvare solo Zeus, che divenuto adulto lottò con­tro il padre e lo costrinse a rigettare i figli, che per loro natura erano im­mortali.

Zeus dovette poi combattere una lunga guerra contro i Titani che in­tendevano dare la scalata all'Olimpo. Infine vincitore, egli assegnò a Po­sidone il dominio sul mare e ad Ade sugli Inferi, conservando per sé la so­vranità su tutto il resto dell'Universo."

Gian Luigi Bruschi, Dizionario dei miti greci e romani

figlioccio @ 12:50 | commenti (3) | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

LA BACHECA DEGLI AFORISMI

Archiviato il mercoledì, 24 gennaio 2007 in: aforismi

La filosofia non serve a nulla, dirai; ma sappi che proprio perchè priva del legame di servitù é il sapere più nobile.(Aristotele)
Si possono concepire i filosofi come persone che compiono sforzi estremi per sperimentare fino a che altezza l' uomo possa elevarsi . ( Nietzsche )
La grandezza dell'uomo si misura in base a quel che cerca e all'insistenza con cui egli resta alla ricerca.(Heidegger)aforismi
Quando insegni, insegna allo stesso tempo a dubitare di ciò che insegni. (Ortega y Gasset)
La ragione umana viene afflitta da domande che non può respingere, perché le sono assegnate dalla natura della ragione stessa, e a cui però non può neanche dare risposta, perché esse superano ogni capacità della ragione umana.(Kant)
Solo due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana e non sono sicuro della prima. (Einstein)
Gli uomini,non avendo potuto guarire la morte,la miseria,l'ignoranza,hanno risolto,per vivere felici,di non pensarci. ( Pascal )
La morte non va temuta perchè quando ci siamo noi non c'é lei e quando c'é lei non ci siamo noi . ( Epicuro )
Cos’è la giovinezza? Un sogno. Cos’è l’amore? Il contenuto del sogno. (Kierkegaard)
Il dubbio non è piacevole, ma la certezza è ridicola. Solo gli imbecilli son sicuri di ciò che dicono. (Voltaire)
Possiamo essere liberi solo se tutti lo sono. (Hegel)
Una rondine non fa primavera. (Aristotele, Etica)
Il linguaggio è un labirinto di strade, vieni da una parte e ti sai orientare, giungi allo stesso punto da un'altra parte e non ti raccapezzi più... (Wittgenstein)
Per vivere soli bisogna essere o un animale o un dio,dice Aristotele.Manca il terzo caso:bisogna essere l'uno e l'altro,un filosofo.(Nietzsche)
Non vorrei mai morire per le mie idee, perchè potrebbero essere sbagliate. (Bertrand Russell)
Lo scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero. (Aristotele)
La filosofia non è un tempio, ma un cantiere. (Georges Canguilhem)
Rendimi casto, ma non ora. (Agostino)
Diffidate di un filosofo che sa di sapere. (Norberto Bobbio)
Impara tutto, vedrai che poi nulla é superfluo. (Ugo di San Vittore)
Il divorzio risale probabilmente alla stessa epoca del matrimonio. Ritengo, comunque, che il matrimonio sia più antico di qualche settimana.(Voltaire)

figlioccio @ 12:10 | commenti (2) | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni