"La malattia mortale", S.Kierkegaard

Archiviato il martedì, 31 ottobre 2006 in: kierkegaard

Kierkegaard ha un fascino tutto speciale. Rimane, se preso in parentesi, un tutt'uno con se stesso e la sua angoscia; un viandante nel seno dell'essere, un 'pellegrino' ( come direbbe Panikkar) - sono due volte consecutive che mentre scrivo mi si scardina il ripiano scorrevole porta-tastiera..forse nn è serata!!.

Dicevo, rimane un problema di carattere esistenziale l'assistere ad un atto che in qualche misura riguarda questo filosofo. Egli è l'esistenza in quanto auentica espressione dell'io, nel profondo dell'anima, 'disinteressato' in senso fenomenologico in quanto spettatore, ma, di certo, 'coscienza' di sè, appunto coscienza di. Non c'è altro Kierkegaard che nella disperazione, non si può rompere il forte laccio comunicativo che lega l'esistenza dell'uomo Soren alla drammaticità dell'esserci, da-sein autentico, in primo luogo personale ed affettivo, in una dimensione che ci porta a configurarlo e ad 'accoglierlo' ( Panikkar) come un profeta silenzioso del disagio sociale contemporaneo, un predicatore muto, che scendeva dal monte silenzioso ( stile Zarathustra ) per rivelarsi come vero essere-nel-mondo, il disperato.

In bilico fra il nulla ed il tutto. La percezione del nulla, in quanto angosciosa e angosciante, è generata da quella malattia mortale che dal filosofo è chiamata, appunto, disperazione. Chiaro è che non ci si dispera per un'assenza oggettiva, elementare, ma il tutto è più radicato: è l'IO, il nostro IO, che viene eroso perchè all'evidenza scomodo, atroce, incapace, inadatto. Il rifiuto di quel dono che è la vita, nella coscienza dell'io, porta alla disperazione più profonda che, spesso, indica come morte ontica; il morire dell'essere, l'affanno di essere mostra il nulla, il buco del soggetto sulla totalità.

E' in ogni caso, un discorso da riprendere e da analizzare con maggiore calma e puntualità

"La malattia mortale", S.Kierkegaard

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UN LIBRO DAVVERO SPECIALE - Roland Barthes

Archiviato il martedì, 10 ottobre 2006 in: annunci, proposte

Roland BarthesTitolo originale: Fragments d'un discours amoureux, 1977 Editions du Seuil

1979 e 2001 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino - prima edizione "Gli Struzzi" 1979

www.einaudi.it

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VITA

Archiviato il domenica, 01 ottobre 2006 in: riflessioni da sigaretta, goffette

Oggi la sento: in un bimbo che nasce e un uomo che la vuole buttare; due facce della stessa medaglia, lo stesso vestito che indossiamo senz'altro, di riflesso, di nuovo o da sempre, come ansia di gioia o dolore, amore e morte; respiro.

La vita si vive e si alimenta di sè. Che si cerchi di comprenderla o no questa è un progresso, anche nella morte, di istanti totalmente diversi gli uni dagli altri: il tempo lo è!! Siamo immersi in una impostazione pedagogica che ci costringe ( e meglio ci ha costretti) a concepire il tempo come una successione di unità infinitesimamente piccole ed omogenee, meccaniche, che battono il ritmo alle nostre giornate: come se il tempo faccia la storia e non la storia il tempo!! Che ingenuità!!

Pensate alla palese differenza fra il tempo di chi si fa progetto in qualcosa ( un viaggio, un amore, un lavoro, un libro..) e vive del pensiero di questo 'farsi' del progetto come un momento incredibilmente lungo e pieno, denso, magico e di chi progetti non ne ha, o meglio non ne vede, e sfuma nella realtà come fosse sottile, fragile, come 'boco burro spalmato su troppo pane'. In questo caso il tempo batte martello, istanti passano come macigni, e passano quando si vorrebbe fermarli e rimanere in quel pensiero in eterno..La pedagogia della scienza moderna vedrebbe i due casi come eventi raccolti nel medesimo lasso di tempo, Bergson come due tempi di coscienza raggomitolati a crearsi una propria storia, diversi, non confrontabili, assolutamente associabili ad alcuna 'unità' di misurazione.

Allora: il tempo c'è? Esiste? La risposta è: certo. L'uomo lo ha inventato per sentirsene schiavo - a conferma del fatto che l'uomo ha sempre bisogno di un 'dittatore', nel senso di colui che fa un 'dictatum', che indica il da farsi. Un ragionatore, un quantificatore, un esattore: questo è il tempo che ci hanno insegnato. Uno strozzino: una sanguisuga virtuale generata da un principio masochistico inconscio di auto-limitazione. Una badante.

Il bambino non ha tempo: non ricorda, vive dell'attimo e riempie di fantasie il futuro. La sua serenità nasce dalla mancanza di limiti: la nostra ansia dalla incoscia creazione di paletti. 'Se non sarete come bambini...'

SIEDITI ANIMA MIA*   ( Guy Goffette)

E poi viene un giorno ed è lì la felicità

come il mare in riva al mare, tocchiamo

la finestra, il legno, a sedare quel sangue

che credevamo sparito

col vecchio cavallo che rumina l'azzurro,

e il verde grido dell'erba sotto il braciere

ghiacciato: tocchiamo quel che ancora non è,

quel che verrà: la vita

promessa, ma sono stanche le gambe, stanche

le braccia, e il cuore è pieno di nodi

- siediti dunque anima mia, siediti, e lascia

il bambino delle tue rughe, il bambino perduto,

disfare la rete del povero pescatore d'acqua.

 

* = G.Goffette, 'I Canti del pescatore d'acqua', traduzioni a cura di Danni Antonello con una nota di Andrea Ponso, associazione culturale CIMINIERA- direttore Filippo Davoli -, stampato per CARTE DI FUMO nel luglio 2006.

figlioccio @ 02:43 | commenti | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni