"La malattia mortale", S.Kierkegaard
Kierkegaard ha un fascino tutto speciale. Rimane, se preso in parentesi, un tutt'uno con se stesso e la sua angoscia; un viandante nel seno dell'essere, un 'pellegrino' ( come direbbe Panikkar) - sono due volte consecutive che mentre scrivo mi si scardina il ripiano scorrevole porta-tastiera..forse nn è serata!!.
Dicevo, rimane un problema di carattere esistenziale l'assistere ad un atto che in qualche misura riguarda questo filosofo. Egli è l'esistenza in quanto auentica espressione dell'io, nel profondo dell'anima, 'disinteressato' in senso fenomenologico in quanto spettatore, ma, di certo, 'coscienza' di sè, appunto coscienza di. Non c'è altro Kierkegaard che nella disperazione, non si può rompere il forte laccio comunicativo che lega l'esistenza dell'uomo Soren alla drammaticità dell'esserci, da-sein autentico, in primo luogo personale ed affettivo, in una dimensione che ci porta a configurarlo e ad 'accoglierlo' ( Panikkar) come un profeta silenzioso del disagio sociale contemporaneo, un predicatore muto, che scendeva dal monte silenzioso ( stile Zarathustra ) per rivelarsi come vero essere-nel-mondo, il disperato.
In bilico fra il nulla ed il tutto. La percezione del nulla, in quanto angosciosa e angosciante, è generata da quella malattia mortale che dal filosofo è chiamata, appunto, disperazione. Chiaro è che non ci si dispera per un'assenza oggettiva, elementare, ma il tutto è più radicato: è l'IO, il nostro IO, che viene eroso perchè all'evidenza scomodo, atroce, incapace, inadatto. Il rifiuto di quel dono che è la vita, nella coscienza dell'io, porta alla disperazione più profonda che, spesso, indica come morte ontica; il morire dell'essere, l'affanno di essere mostra il nulla, il buco del soggetto sulla totalità.
E' in ogni caso, un discorso da riprendere e da analizzare con maggiore calma e puntualità
"La malattia mortale", S.Kierkegaard




















Titolo originale: Fragments d'un discours amoureux, 1977 Editions du Seuil