Gabbia - di Faraday...
Dovunque ti trovi...stasera ero al Luna Park, da poco sbarcato vicino alla mia città, a cercare di fare qualcosa; nel cercare di riutilizzarmi come macchina da soldi per i giostrai, mi sentivo addosso un umore indefinibile, fatto per lo più di cariche di energia contrastanti che sbattevano contro il corpo perchè non trovavano via d'uscita in nessuno sfogo. Una voglia di fare che non trovava riscontro mentale, rimaneva superficiale. Come il grande Faraday spiegò magistralmente, nel teorema detto della GABBIA DI FARADAY, mi sentivo conduttore di una carica che non arrivava al cuore, ma si concentrava negli spigoli della superfice senza trovare pace. Come se il corpo fosse da gabbia all'anima - Socrate.
Cmq questo entra poco/niente nel discorso che sto per cominciare. Oggi parlo delle relazioni.
Il gruppo è gruppo in quanto composto da molti individui. Ciascun individuo è individuo in quanto è uno, irripetibile, solo, unico, inimitabile, disadattato e distaccato: Il gruppo è un insieme di parti distinguibili. Il miracolo è la coesione, presa come univocità di intenti ed azioni, effetto di una volontà comune. La regola è il mucchio: la consuetudine e la mancanza di alternative generano un'uscita collettiva, la quale per mancanza di intenti ed azioni comuni e volontà - spesso buona, per altro - arrotolatasi nelle successive occasioni, si regge nell'indipendenza dei singoli individui e non nella loro coesione. Rimane una vicinanza tiepida - spesso farcita di esperienze comuni.. - di persone sole, distaccate e volutamente uniche, senza specifiche prospettive lontane dalle proprie singole azioni.
Il gruppo si vede in se stesso quando un singolo, riconoscendo nell'altro se stesso, come parte, riesce a trascendere se stesso per andare verso il nuovo se stesso, il gruppo, e dire all'altro ciò che direbbe a se stesso in ogni momento della vita, cioè la propria verità senza timori nè tentennamenti. Un tutt'uno, un uno, un nuovo disadattato e distaccato: il gruppo.
Io vedo il fallimento del mio: nel mio, cioè nel mio Io, vedo il senso di unicità e distinguibilità che mi riconosce appartenente ad un gruppo non-coeso; la mancanza di franchezza dell'altro mi rivela sua stessa situazione e la nostra comune mancanza, seppur dopo tanto tempo. Il tempo mi mostra che è ora di uscire, prendere il fagotto ed allontanarmi in silenzio, senza rimorsi - visto che non sento nulla da rimpiangere- e magari tornare a terra, la semplice e nuda terra, per baciarla ed insozzarmi le labbra. O prendere me stesso, i miei ricordi ed affetti e fare un gran casino, rovesciare gli equilibri e spezzare le catene d'ipocrisia, per rimanere solo ed unico - come lo sono ora - ma con la coscienza della parola spesa bene, fino in fondo, da vincitore o perdente.
Buona notte.



















