La vita protrettica - il linguaggio dell'aretè socratica

Archiviato il mercoledì, 31 maggio 2006 in: proposte, insonnie, riflessioni da sigaretta

SocrateLa lettura di ciascun dialogo platonico mi mette in relazione con un'opera d'arte che ha pochi rivali: si respira quella ricerca della verità a tutto tondo che si personifica nella figura di Socrate, non tanto come maestro, ma come primo allievo della conoscenza, primo sperimentatore del suo stesso "vivere maieutico", consapevole della necessità di cercare olio in ciascun uomo e di trarne fuori la conoscenza come come da un'ostrica.

Ma c'è di più: Platone scrive, e scrive per proseguire e completare la missione di Socrate ( che non ha lasciato nulla di scritto). Scrive per gioco, scrive le cose di minor valore, scrive per le anime semplici e per le anime complesse, scrive per far-fare filosofia. La Lettera VII dice: "su queste cose non c'è un mio scritto e non ci sarà mai!". Platone, perciò, come oramai è appurato ( vedi: nuovo paradigma ermeneutico, scuola di Tubinga-Milano) scrive i dialoghi alla luce di un suo pensiero precedente e completo, comunicato ai suoi discepoli oralmente ( agrapha dogmata - teoria dei Principi ) affinchè lo scritto sia da espediente per il ragionamento di chi legge verso il raggiungimento della verità.

Non scrive per comunicare o esplicitare la verità, scrive per "iniziare" il lettore al procedimento filosofico di ricerca, affinchè egli da solo sappia poi raggiungere una comprensione tale del tutto da poter comprendere i principi dell'Uno e della Diade, dei Numeri Ideali, delle Meteidee...che giustificano l'esistenza delle Idee in sè. Il testo è "propedeutico", "un tener a mente", un creare problemi ( che infatti nella maggior parte dei dialoghi rimangono irrisolti..) per far affiorare la "perla" della conoscenza in modo autonomo ed avvicinarsi ad essere un "filosofo" nel significato etimologico del termine.

Insomma: se questo fosse valido ancora oggi? Ci rigiriamo nel mondo come in un dialogo platonico, non riuscendo a sciogliere la matassa, ci troviamo ad accontentarci del dire che non ha alcun senso, che è contraddittorio, incompleto, incomprensibile, lontano. Di fronte ad un contraddittorio con qualcuno ci sentiamo in dovere di imporre ( anche dolcemente) le nostre convinzioni senza magari ascoltare chi abbiamo di fronte pur di uscirne con l'ultima parola, come se conoscessimo in pieno noi stessi e ciò che ci supera. E la vita diviene misero egocentrismo cosmico, autocommiserazione, paura dell'altro.

Penso che la vita sia altro, sia un procedimento protrettico: l'aretè socratica è definita come il procedimento attraverso cui qualcosa diviene ciò che deve essere; anche nella storia di ciascuno ci sono degli "agrapha dogmata", qualcosa che non sappiamo, il mistero, l'oscuro-lucente, che ne costituiscono l'esistenzqa come principi, ed anche dei fatti precisi che possono risultarci incomprensibili se slegati da questa totalità. Nostra competenza è saper leggere i fatti che ci accadono come inizio della ricerca della verità, come nessi apparentemente incoerenti con l'assoluto, come elementi di un percorso del quale il Creatore, per attirarci a lui, non ci svela le cose più importanti direttamente, ma ci dona la possibilità di comprenderle, a condizione che noi riconosciamo di "non sapere" e ci mettiamo in strada ad indagarne gli indizi. 

figlioccio @ 01:04 | commenti | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit

Archiviato il sabato, 27 maggio 2006 in: racconti, tolkien

J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit

Indovinelli nell'oscurità  -  pt.3

Non lontano di lì c’era il suo isolotto, di cui Bilbo non sapeva niente, e nel suo nascondiglio egli conservava insieme con alcuni spregevoli oggetti scompagnati una sola cosa molto bella, bellissima, meravigliosa. Aveva un anello, un anello d'oro, un anello prezioso, un tesoro.

« II mio regalo di compleanno! » sussurrò tra sé e sé, come faceva spesso negli oscuri giorni senza fine. « Ecco che cosa ci serve adesso, sì: ci serve! »

Gli serviva perché era un anello magico, e se uno se lo infilava al dito diventava invisibile; solo in pieno sole si poteva essere visti e d'altronde a causa della propria ombra, che sarebbe stata vaga e indistinta.

« II mio regalo! Mi fu dato per il mio compleanno, il mio tesoro, tesoro mio. » Questo era quello che si era sempre detto. Ma chi sa in che modo Gollum era entrato in possesso di quel regalo, tanto tempo addietro, ai vecchi tempi in cui anelli come questo erano ancora diffusi nel mondo? Forse neanche il Signore che li dominava avrebbe potuto dirlo. All'inizio Gollum lo portava al dito, finché il dito gli si stancò; poi lo conservò in un sacchetto a contatto della pelle, finché la pelle non gli si irritò; e ora di solito lo teneva nascosto in un buco nella roccia sul suo isolotto, e tornava sempre indietro a guardarlo. A volte però se lo rimetteva al dito, quando non poteva sopportare di rimanere separato più a lungo, o quando aveva tanta, tanta fame ed era stanco di mangiare pesce. Allora strisciava lungo passaggi oscuri in cerca di Orchi isolati. Talora si avventurava perfino in posti dove le torce erano accese e gli facevano sbattere e dolere gli occhi: infatti non correva alcun rischio. Oh no, proprio nessuno. Nessuno lo vedeva, nessuno si accorgeva di lui finché non li strangolava. Aveva infilato l'anello solo qualche ora prima e aveva catturato un Orchettino. Come strillava! Gli erano rimaste ancora un paio di ossa da rosicchiare, ma voleva qualcosa di più tenero.

"Nessun rischio, proprio così" sussurrò tra sé e sé. "Non ci vedrà, non è vero, tesoro mio? No. Non ci vedrà, e la sua odiosa piccola spada sarà inutile, sì, proprio."

Queste erano le idee che passavano per la sua testolina malvagia, quando improvvisamente scivolò via dal fianco di Bilbo, e risalì sulla barca e se ne andò al buio. Bilbo pensò di averla fatta finita con lui. Tuttavia attese per un po', non avendo idea di come trovare da solo la via d'uscita.

Improvvisamente udì un grido acutissimo, che gli fece correre un brivido fin nel midollo delle ossa. Non molto lontano da dove era risuonato il grido, Gollum imprecava e gemeva nelle tenebre. Sul suo isolotto stava rovistando dappertutto, cercando e perlustrando invano.

« Dove sta? Dove sssta? » Bilbo lo udì che gridava. « Si è perso, il mio tesoro, perso, perso! Morte e dannazione a noi, il nostro tesoro si è perso ! »

« Che succede? » gli gridò Bilbo. « Cos'hai perso? »

« Non deve farci domande » strillò Gollum. « Non sono affari suoi, no, gollum! Si è perssso, gollum, gollum, gollum».

« Be' anch'io mi sono perso! » gridò Bilbo. « E voglio ritrovare la strada. Il gioco l'ho vinto io, e tu avevi promesso. Perciò muoviti! Muoviti e portami fuori di qui, e poi continua pure le tue ricerche! » Per quanto Gollum sembrasse così disperato, in cuor suo Bilbo non poteva provare molta pietà, e aveva la sensazione che qualunque cosa fosse quella che Gollum voleva con tanta disperazione, difficilmente poteva essere qualcosa di buono. « Muoviti! » allora gridò.

« No, non ancora, tesoro! » rispose Gollum. « Dobbiamo cercarlo, si è perso, gollum. »

« Ma tu non hai mica risposto alla mia ultima domanda, e avevi promesso... » disse Bilbo.

« Mica risposto! » disse Gollum. Poi a un tratto dalle tenebre giunse un sibilo aspro. « Che cos'ha in tasssca? Deve dircelo. Prima ce lo deve dire. »

Per quanto ne sapesse Bilbo, non c'era nessun motivo particolare per cui non dovesse dirglielo. La mente di Gollum era arrivata alla conclusione giusta più velocemente della sua; per forza, perché Gollum aveva rimuginato su quella sola cosa per un'eternità, e aveva sempre paura che gliela rubassero. Ma Bilbo era seccato del ritardo. Dopo tutto, il gioco lo aveva vinto lui, abbastanza correttamente del resto, correndo un rischio orrendo. « Le risposte andavano indovinate, non date » disse.

« Ma non era una domanda leale » disse Gollum. « Non era un enigma, tesoro, no! »

« Oh, be', se parli di domande normali, » disse Bilbo « allora te ne ho fatto prima una io. Che cosa hai perso? Dimmi questo!»

« Che cos'ha in tasssca? » II sibilo risuonò più forte e più aspro, e guardando in quella direzione Bilbo vide ora, con spavento e allarme, due punticini luminosi che lo scrutavano. Più il sospetto cresceva nella mente di Gollum, più i suoi occhi brillavano di una pallida fiamma.

« Che cosa hai perso? » insistette Bilbo.

Ma ora la luce negli occhi di Gollum era diventata un fuoco verde che si avvicinava velocemente. Gollum era di nuovo in barca, e stava remando selvaggiamente per tornare sulla riva scura, in preda a una tale collera per la perdita subita e per il sospetto, che nessuna spada lo avrebbe più intimorito.

Bilbo non poteva indovinare che cosa avesse sconvolto quell'essere miserabile, ma vide che il gioco era finito e che Gollum aveva intenzione di ucciderlo a tutti i costi. Fece appena in tempo a girarsi, e a correre via ciecamente su per lo scuro passaggio per il quale era sceso, tenendosi sempre vicino alla parete e toccandola con la mano sinistra.

« Che cos'ha in tasssca? » II sibilo risonò forte dietro di lui, e udì anche il tonfo che Gollum fece calandosi dalla barca. "Vorrei proprio saperlo anch'io!" disse tra sé e sé, mentre avanzava ansimando e inciampando. Mise la mano sinistra in tasca. L'anello gli sembrò molto freddo mentre si infilava quietamente nell'indice che lo andava cercando.

Il sibilo, ora, era proprio dietro di lui. Si girò e vide gli occhi di Gollum che salivano su per la china come piccole lampade verdi. Terrorizzato, cercò di correre più forte, ma improvvisamente urtò col piede contro una sporgenza del terreno e cadde bocconi con la spada sotto di sé.

In un attimo Gollum gli fu sopra. Ma prima che Bilbo potesse fare qualcosa, riprendere fiato, tirarsi su, o brandire la spada, Gollum lo sorpassò senza accorgersi affatto di lui, imprecando e sussurrando mentre correva.

Che voleva dire tutto ciò? Gollum poteva vederci al buio. Anche da dietro Bilbo poteva vedere la luce dei suoi occhi che scintillavano fiochi. Penosamente si rialzò, e rimise nel fodero la spada, che ora brillava di nuovo debolmente, poi si mise a seguire Gollum con molta prudenza. Non c'era altro da fare, a quel che pareva. Non aveva senso strisciare di nuovo laggiù, al lago di Gollum. Forse, se lo seguiva, costui avrebbe potuto portarlo, non volendo, a qualche via di salvezza.

« Maledetto! Maledetto! Maledetto! » sibilava Gollum. « Maledetto quel Baggins! È scomparso! Che cos'ha in tasssca? Oh sì che indoviniamo, tesoro mio. L'ha trovato, sì l'ha trovato per forza, il mio regalo di compleanno. »

Bilbo drizzò le orecchie. Finalmente cominciava a indovinare anche lui. Si affrettò un poco, avvicinandosi quanto più osò dietro a Gollum, che andava ancora di corsa, senza guardarsi indietro, ma volgendo la testa ora da un lato ora dall'altro, come Bilbo poteva vedere nel debole bagliore riflesso sulle pareti.

« II mio regalo! Che sia maledetto! Come abbiamo fatto a perderlo, tesoro mio! Sì, è così. L'ultima volta che siamo passati per di qua, quando abbiamo tirato il collo a quel maialetto che strillava tanto. È così. Maledetto! Ci è scivolato, dopo tutti questi anni e anni! È scomparso, gollum. »

Improvvisamente Gollum si sedette e si mise a piangere con un suono fischiante e gorgogliante orribile a sentirsi. Bilbo si fermò, schiacciandosi contro la parete del tunnel. Dopo un po' Gollum smise di piangere e cominciò a parlare. Sembrava che discutesse con se stesso.

« Non ha senso tornare indietro a cercarlo là. Non ci ricordiamo tutti i posti dove siamo passati. E non serve a niente. Il Baggins ce l'ha in tasssca; quell'odioso ficcanaso l'ha trovato, lo diciamo noi.

« Lo sssupponiamo, tesoro, lo sssupponiamo solamente. Non possiamo esserne sicuri finché non troviamo quella maledetta creatura e non la strozziamo. Ma lui non sa che cosa può fare il nostro regalo, non è vero? Lo terrà in tasca e basta. Non lo sa e non può andare lontano. Si è perso anche lui, quell'odioso ficcanaso. Non conosce la strada per uscire. L'ha detto lui.

« Sì, lo ha detto; ma è un imbroglione. Non dice quello che pensa. Non voleva dire che cos'aveva in tasssca. La conosce! Non voleva dire che cos'aveva in tasssca. La conosce! Conosce la via per entrare e perciò deve conoscere anche quella per uscire, sì, certo. Se n'è andato verso l'uscita secondaria. L'uscita secondaria, proprio così.

« Allora lo cattureranno gli Orchi. Non può uscire di lì, tesoro.

« Sss, sss, gollum! Gli Orchi! Sssì, ma se ha il regalo, il nostro regalo, il nostro tesoro, allora se lo prenderanno gli Orchi, gollum! Lo troveranno, e scopriranno il suo potere. Non saremo mai più al sicuro, mai più, gollum! Uno degli Orchi ssse lo infilerà e poi nessuno lo vedrà. Ci sarà ma sarà invisibile. Nemmeno i nostri occhi acuti potranno scorgerlo; e verrà a catturarci quatto quatto, come un serpente, gollum, gollum!Quindi smettiamola di parlare, tesoro, e affrettiamoci. Se il Baggins se n'è andato per di qua, dobbiamo correre a vedere. Avanti ! Non può essere lontano ! Affrettiamoci ! »

«

Con un balzo Gollum si alzò e si mise in marcia a forte andatura. Bilbo si affrettò a seguirlo, ancora con prudenza, benché la sua paura maggiore fosse ora di inciampare in un'altra sporgenza e di cadere rumorosamente. La testa gli girava per la speranza e la meraviglia. Pareva che l'anello che aveva fosse magico: rendeva invisibili! Naturalmente aveva sentito parlare di queste cose, nelle antiche leggende; ma era difficile credere che ne avesse realmente trovato uno, così per caso. Eppure era proprio la verità: Gollum coi suoi occhi luminosi lo aveva oltrepassato, correndo a meno di un metro di distanza da lui.

Avanzavano, Gollum davanti dondolandosi come un'anatra, sibilando e imprecando; Bilbo dietro, silenzioso come solo uno Hobbit può esserlo. In breve arrivarono a un tratto del tunnel dove, come Bilbo si era accorto scendendo, si aprivano dei passaggi laterali, alcuni da una parte e altri dall'altra. Gollum si mise subito a contarli.

« II primo a sinistra, sì. Il primo a destra, sì. Il secondo a destra, sì, sì. Il secondo a sinistra, sì, sì. » E così via e così via.

Via via che il conto aumentava, egli rallentò il passo, e cominciò ad avanzare con incertezza e a piagnucolare, poiché stava allontanandosi dal lago e cominciava ad avere paura. Potevano esserci in giro degli Orchi, ed egli aveva perso il suo anello. Alla fine si fermò davanti a un'apertura bassa, a sinistra salendo.

« II settimo a destra, sì. Il sesto a sinistra, sì » sussurrò. « Eccola qua! Questa è la strada per l'uscita secondaria, sì. Ecco il passaggio! »

Scrutò all'interno e si ritrasse. « Ma non possiamo azzardarci ad andare avanti, tesoro, no non possiamo proprio. Ci sssono gli Orchi laggiù. Un sssacco di Orchi. Li sentiamo dall'odore. Sss!

« Che dobbiamo fare? Morte e dannazione a loro! Bisogna aspettare qua, tesoro, aspettare un po' e vedere. »

Così arrivarono a un punto morto. Gollum aveva portato Bilbo fino alla via d'uscita, dopo tutto, ma Bilbo non poteva imboccarla! C'era Gollum che sedeva tutto raggomitolato proprio all'inizio e gli occhi gli brillavano freddi sulla faccia, mentre la girava da una parte e dall'altra tra le ginocchia.

Bilbo si allontanò strisciando dalla parete, più silenzioso di un topo; ma Gollum si irrigidì immediatamente, fiutò l'aria e i suoi occhi divennero verdi. Sibilò piano ma minacciosamente. Non poteva vedere lo Hobbit, ma adesso stava in guardia, e aveva altri sensi che il buio aveva affinato: l'udito e l'olfatto. Sembrava che si fosse acquattato, con le piatte mani schiacciate per terra e la testa protesa, il naso quasi sulla pietra. Sebbene fosse solo un'ombra nera al bagliore dei propri occhi, Bilbo poteva vedere o sentire che era teso come la corda di un violino, pronto a balzare.

Bilbo smise quasi di respirare e si irrigidì anche lui. Era disperato. Doveva andarsene da quell'oscurità orribile, mentre gli rimaneva ancora un po' di forza. Doveva combattere. Doveva pugnalare quel pazzo, cavargli gli occhi, ucciderlo. Voleva ucciderlo. No, non era un combattimento leale. Egli era invisibile adesso. Gollum non aveva una spada. Gollum non aveva ancora realmente minacciato di ucciderlo, o cercato di farlo. Ed era infelice, solo e perduto. Un'improvvisa comprensione, una pietà mista a orrore, sgorgò nel cuore di Bilbo: rapida come un baleno gli si levò davanti la visione di infiniti, identici giorni, senza una luce o una speranza di miglioramento: pietra dura, pesce freddo, strisciare e sussurrare. Tutti questi pensieri gli passarono davanti in una frazione di secondo. Egli tremò. E poi tutto a un tratto, ancora in una frazione di secondo, quasi ricaricato di nuova forza e risolutezza, saltò in avanti.

Non era un gran salto, per un Uomo, ma era un salto nel buio. Balzò diritto sopra la testa di Gollum: un balzo alto un metro e lungo due; per fortuna non lo sapeva, ma c'era mancato un pelo che si sfasciasse il cranio contro la bassa volta del passaggio.

Gollum si voltò di scatto levandosi mentre lo Hobbit volava sopra di lui, ma troppo tardi: i suoi artigli non afferrarono che aria, e Bilbo, ricadendo agilmente sui suoi solidi piedi, si precipitò di corsa giù per il nuovo tunnel! Non si girò a guardare cosa stesse facendo Gollum. Dapprima ci furono sibili e imprecazioni alle sue calcagna, poi silenzio. Tutto a un tratto risonò un urlo da agghiacciare il sangue, pieno di odio e di disperazione. Gollum era stato sconfitto. Non osava avanzare oltre. Aveva perso, perso la sua preda e perso, soprattutto, l'unica cosa a cui avesse mai tenuto: il suo tesoro. Il grido gli fece balzare il cuore in gola, ma Bilbo non si fermò. Debole ora, quasi come un'eco, ma minacciosa, la voce lo raggiunse da dietro:

« Ladro, ladro, ladro! Baggins! Lo odiamo, lo odiamo, lo odieremo per sempre! »

Poi scese il silenzio. Ma anch'esso sembrò minaccioso a Bilbo. "Se gli Orchi sono così vicini che lui li ha fiutati," pensò "allora devono averlo sentito urlare e imprecare. Attenzione adesso, o questa strada ti porterà incontro al peggio."

Il passaggio era basso e fatto alla bell'e meglio. Non era troppo difficile per lo Hobbit, tranne quando i suoi poveri piedi urtarono di nuovo varie volte, benché facesse molta attenzione, contro le pietre appuntite che sporgevano dal terreno. "Un po' basso per degli Orchi, per quelli grossi almeno" pensò Bilbo, non sapendo che perfino quelli grossi, gli Orchi delle montagne, potevano avanzare a gran velocità curvi fino quasi a toccare terra con le mani.

Presto il passaggio, che fino allora era andato verso il basso, cominciò a risalire di nuovo, e dopo un po' divenne veramente erto. Bilbo fu quindi costretto a rallentare. Finalmente la salita finì; il passaggio faceva una curva e improvvisamente riprendeva a scendere, e laggiù, alla fine del breve pendio, egli vide - sottile dietro un'altra curva - un filo di luce. Non una luce rossa, come quella di un fuoco o di una lanterna, ma una pallida luce come quella che c'è all'aperto. Allora Bilbo si mise a correre.

Arrancando alla massima velocità consentitagli dalle sue gambette superò l'ultima curva e arrivò in uno spazio aperto, dove la luce, dopo tutto quel tempo passato al buio, gli sembrò così vivida da abbagliare. In realtà si trattava soltanto di un raggio di sole che penetrava nell'ingresso, dove un grosso portone, un portone di pietra, era stato lasciato socchiuso.

Bilbo sbattè gli occhi, e improvvisamente vide gli Orchi: Orchi armati da capo a piedi con le spade sguainate che sedevano proprio sulla soglia, sorvegliando con gli occhi bene aperti la porta e il passaggio che portava ad essa. Stavano all'erta, in guardia, pronti a tutto.

Lo videro prima ancora che lui vedesse loro. Sì, lo videro. Fosse un caso, o l'ultimo tiro giocato dall'anello prima di cambiare padrone, fatto sta che non lo aveva al dito. Con urla di gioia gli Orchi si precipitarono su di lui.

Uno spasimo di paura e un senso di perdita, come un'eco dell'infelicità di Gollum, colpirono Bilbo che, dimenticando perfino di sfoderare la spada, si ficcò la mano in tasca. L'anello c'era ancora, e gli si infilò al dito. Gli Orchi si fermarono di botto. Non c'era più traccia di lui. Era svanito. Urlarono il doppio di prima, ma non con la stessa gioia.

« Dov'è? » gridarono.

« Risalite il passaggio! » strillarono alcuni.

« Di qui! » uno gridò. « Di là » urlarono gli altri.

« Attenti alla porta! » latrò il capitano.

I fischietti fischiarono, le armature cozzarono, le spade risonarono, gli Orchi imprecarono e bestemmiarono, e corsero di qua e di là, cadendo l'uno sull'altro e infuriandosi più che mai. Ci fu un terribile clamore, scompiglio e tumulto.

Bilbo era spaventato da morire, ma ebbe il buon senso di capire cos'era successo e di strisciare dietro a una grossa botte, in modo da togliersi di mezzo ed evitare che lo urtassero, lo calpestassero a morte e lo catturassero al tatto.

« Devo arrivare alla porta, devo arrivare alla porta! » continuava a ripetersi, ma passò un bel po' di tempo prima che si azzardasse a tentare. Allora fu come un orribile gioco a mosca cieca. Il posto era pieno di Orchi che correvano tutt'intorno, e il povero piccolo Hobbit si scansò di qua e di là, venne colpito da un Orco che non riuscì a capire contro che cosa avesse urtato, sgattaiolò a quattro zampe, scivolò appena in tempo tra le gambe del capitano, si rialzò e corse alla porta.

Un Orco l'aveva quasi chiusa, ma un po' di spazio restava ancora. Bilbo si sforzò ma non riuscì a muoverla. Cercò di infilarsi attraverso la fessura, pigiò, pigiò, e rimase incastrato! Era una cosa tremenda. I bottoni gli si erano impigliati tra lo spigolo e lo stipite della porta. Poteva guardare fuori all'aperto: c'erano pochi gradini che correvano giù in una stretta valle tra alte montagne; il sole uscì da dietro una nuvola e brillò luminoso sulla parte esterna della porta - ma egli non riusciva a passare.

A un tratto, all'interno, un Orco gridò: « C'è un'ombra vicino alla porta! C'è qualcuno fuori! ».

A Bilbo balzò il cuore in gola. Dette uno strattone terribile: i bottoni schizzarono in tutte le direzioni. Era riuscito a passare. Strappando giacca e panciotto, balzò giù per i gradini come una capra, mentre gli Orchi sconcertati raccoglievano sulla soglia i suoi bei bottoni d'ottone.

Naturalmente si affrettarono a corrergli dietro, urlando, aizzandosi, e dandogli la caccia attraverso gli alberi. Ma essi non amano il sole, che rende molli le gambe e fa girar loro la testa. Non riuscirono a trovare Bilbo, che con l'anello al dito sgusciava dentro e fuori l'ombra degli alberi, correndo veloce e silenzioso, evitando la luce diretta del sole; così, ben presto tornarono indietro a sorvegliare la porta brontolando e imprecando. Bilbo ce l'aveva fatta.

Fine

figlioccio @ 10:11 | commenti | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

Archiviato il lunedì, 22 maggio 2006 in: effetti ottici

cEssere = Non-essere

( quello che vedete è realmente un quadrato )

figlioccio @ 01:43 | commenti (8) | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

Sull'eccesso di libri

Archiviato il giovedì, 18 maggio 2006 in: lettura, riflessioni da sigaretta
Che c’è di meglio di un nuovo libro da leggere? O di un nuovo disco da ascoltare? Credo che poco si possa discutere su questo. Il desiderio di conoscenza si concentra su poche pagine ( o copertine) adocchiate in prossimità di una bancarella, magari a buon prezzo ( o stracciato), si pensa ai pochi spicci presenti nelle tasche (come spesso accade), ai bei momenti successivi al possibile acquisto nei quali si sta in solitaria attesa di una frase sentita,un verso, una melodia amica, e procedendo in questo modo ci si ritrova entusiasti in processione verso un luogo prezioso dove tendere l’orecchio al testo.
Questa è la mia esperienza, da giovane lettore, di come la lettura apra all’infinito. Positivo o negativo che sia. E’ il momento in cui si auto-sente la predisposizione ad accogliere determinati spunti, in primis per quell’inquietudine che deriva dalla continua ricerca di se stessi, ed in particolare ci si concentra su qualcosa di altro da noi che vorremmo possedere a pieno in noi, nella nostra coscienza, per aggiungere una nota alla melodia della nostra conoscenza.
Dicevo, sullo spunto: la mia condizione in questi giorni è di chi comincia a leggere molti libri a distanza di pochi giorni e cerca di completarli a piccoli morsi simultanei, ciascuno il suo mondo, come se fosse invitato ad un pranzo di festa e, per la fame, assaggiasse nel piatto più cose insieme fino ad averne il senso di sazietà. La sazietà di vedere il piatto straripante di cibo e sentire lo stomaco pronto ad accoglierlo.
Da qui a dire che questo metodo sia corretto, bisogna valutare il soggetto: non tutti reggono “l’abbuffata”, altri non reggono affatto il desiderio di cibo, per alcuni si rivela la via da seguire; più libri letti simultaneamente possono lasciare una grande confusione, un senso di incompletezza o disorientamento, possono creare difficoltà.
Per chi appartiene alla categoria “abbuffate ben gradite”, si realizza invece un caso insperato: la molteplicità di spunti dovuta alla grande appetibilità dell’insieme ( nello specifico) genera un continuo desiderio di proseguire là dove si è interrotto, il senso di un libro aperto apre le porte del “domani lo riprenderò in mano” ( cioè una multipla proiezione positiva verso il futuro prossimo – per il desiderio- che si desidera sempre con forza maggiore, con “fame”) ed , in particolare, del “riprenderò quel libro X che mi è rimasto in sospeso”.
Si appoggerebbe così la dinamicità dell’esistenza con la dinamica conoscenza, si tradurrebbe in desiderio di pienezza il continuo tendere verso nuove percezioni dell’essere umano ( appetizione – Leibniz), e ci si incontrerebbe col profondo di noi stessi nell’autosentirci; l’attimo eternamente ritornante sarebbe sempre nuovo perché colmo di speranze, il vuoto pieno, l’incompleto colmato, il mono-tono ricco. Un po’ per annebbiare la durezza della realtà, per arrotondarne i confini, per sederci su spine senza dolore, un po’ per assecondare noi stessi ( essenza ed esistenza) nella fuga dall’ignoranza e dal tedio, ci spingiamo da Itaca ai confini del mondo solo con la forza di più braccia che ci spingano, con più correnti a favore e con più vele, con la fredda certezza di mai arrivare alla meta, ma di certo con la speranza nel cuore e la spregiudicatezza di chi vuole tutto e subito.      
figlioccio @ 15:25 | commenti | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

Sartre: "L'essere e il nulla" - pennellate

Archiviato il lunedì, 15 maggio 2006 in: sartre

"Il fenomeno d'essere è un appello all'essere; esso esige, in quanto fenomeno, un fondamento che sia transfenomenico. Il fenomeno d'essere esige la transfenomenicità dell'essere."

"Husserl ha posto in chiaro come la coscienza sia sempre coscienza di qualcosa. Ogni coscienza è posizionale in quanto sempre essa si trascende per raggiungere un oggetto, esaurendosi in questa posizione stessa: quanto vi è di intenzionale nella mia coscienza attuale è diretto verso il fuori, verso il tavolo.
Tuttavia la condizione necessaria e sufficiente perché una coscienza conoscente sia conoscenza del suo oggetto, è che essa sia coscienza di se medesima come conoscente questo oggetto. Si tratta di una condizione necessaria, perché se la mia coscienza non fosse cosciente d'essere coscienza del tavolo, sarebbe coscienza del tavolo senza esser cosciente di esserlo, ossia sarebbe una coscienza ignorante se stessa, una coscienza incosciente: il che è assurdo.
Che cos'è questa coscienza di coscienza? La coscienza di sé non è sdoppiabile (in coscienza conoscente e coscienza conosciuta)...; bisogna concepirla come rapporto immediato e non cogitativo di sé a sé... In altre parole ogni coscienza posizionale di un oggetto è nello stesso tempo coscienza non posizionale di se stessa."

"L'essere è . Ciò significa che non è né attività né passività. Non si può tuttavia dirlo "immanente a se stesso", perché l'immanenza è sempre un rapporto a se stesso. Ma l'essere non è rapporto a se stesso, è invece se stesso. Riassumeremo tutto questo dicendo che l'essere è in sé.
Che l'essere sia in sé significa che esso non rinvia a sé, come fa la coscienza di sé: questo esso lo è. In realtà, l'essere è opaco a se stesso e lo è perché è pieno di se stesso. È ciò che diremo meglio affermando che l'essere è ciò che è.
L'essere è, l'essere è in sé, l'essere è ciò che è. Ecco i tre caratteri che l'esame provvisorio del fenomeno d'essere ci permette di attribuire all'essere del fenomeno."

"La presenza a sé sta ad indicare che una impalpabile fessura si è insinuata nell'essere. Se è presente a sé significa che non è piú totalmente sé. La presenza è una degradazione immediata della coincidenza, perché suppone la separazione. Ma se chiediamo ora: che cosa separa il soggetto da se stesso? dobbiamo rispondere: nulla."

"L'essere della coscienza, in quanto coscienza, è tale da esistere a distanza da sé come presenza a sé; questa distanza nulla che l'essere porta nel suo essere, è il nulla. Ne viene che affinché esista un , occorre che l'unità di questo essere comporti il suo proprio nulla come nullificazione dell'identico. Il per-sé è l'essere che si determina esso stesso ad esistere come tale da non poter coincidere con se stesso. Cosí il nulla è questo buco d'essere, questa caduta dell'in-sé in quel sé in virtú di cui si costituisce il per-sé. Il nulla è la messa in questione dell'essere da parte dell'essere, cioè proprio la coscienza o per-sé"

"Il nulla, essendo nulla d'essere, non può venire alla luce che in virtú dell'essere stesso. E viene infatti all'essere ad opera d'un essere singolare, l'essere dell'uomo, l'Esserci. La realtà umana, l'Esserci, è l'essere in quanto, nel suo essere e per il suo essere, è il fondamento unico del nulla nel seno dell'essere."

"Ci è stato possibile comprendere come la realtà umana sia il proprio nulla. Essere, per il per-sé, è annullare l'in-sé che esso è. Cosi stando le cose la libertà non può esser null'altro che questa nullificazione. È in virtú sua che il per-sé sfugge al suo essere nel senso di essenza, è in virtú sua che esso è sempre qualcos'altro da ciò che si può dire di lui. Dire che il per-sé ha da essere ciò che è, dire che esso è ciò che non è nel mentre non è ciò che è, dire che in lui l'esistenza precede e condiziona l'essenza... equivale a dire che l'uomo è libero."

"L'essere di cui il per-sé manca è l'in-sé. Il per-sé sorge come nullificazione dell'in-sé, e questa nullificazione si definisce come "progetto verso l'in-sé". In tal modo lo scopo e il fine della nullificazione che io sono, è l'in-sé. La realtà umana è desiderio di essere-in-sé. È questo il motivo per cui il "possibile" è in generale progettato come ciò che manca al per-sé per divenire in-sé-per-sé, ed è per questo che il valore fondamentale che presiede a questo progetto è giustamente l'in-sé-per-sé. È questo l'ideale che possiamo indicare con la parola Dio. Si può pertanto dire... che l'uomo è l'essere che progetta di essere Dio. Dio, valore e termine ultimo della trascendenza, rappresenta il limite permanente in base al quale l'uomo si fa annunciare ciò che è. Essere uomo significa tendere ad essere Dio, o, se si preferisce, l'uomo è fondamentalmente desiderio di essere Dio."


figlioccio @ 20:54 | commenti | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

Sul rapporto luce-tenebra

Archiviato il lunedì, 15 maggio 2006 in: insonnie

Luce la luce. Tenebra la tenebra. Luce il non-essere e l'essere. Tenebra il non-essere e l'essere. Luce la tenebra. Tenebra la luce. Luce la luce della tenebra. Tenebra la tenebra della luce. Luce la luce dell'essere e del non-essere. Tenebra la tenebra dell'essere e del non-essere. Luce la tenebra dell'essere e del non-essere. Tenebra la luce dell'essere e del non-essere. Luce la luce. Luce la tenebra. Tenebra la tenebra. Tenebra la luce. La luce della tenebra la tenebra della luce. La tenebra della luce la luce della tenebra. La luce dell'essere e del non-essere della tenebra dell'essere e del non-essere la tenebra dell'essere e del non-essere della luce dell'essere e del non-essere. La tenebra dell'essere e del non-essere della luce dell'essere e del non-essere la luce dell'essere e del non-essere della tenebra dell'essere e del non-essere. Per il resto nulla.

Se accendo una sigaretta metto luce sulla tenebra che non voglio, se la tengo spenta faccio tenebra di una luce che voglio. Se nasco a vita nuova getto luce sulla vita trascorsa che non voglio, se perisco nella vita attuale rabbuio una vita nuova che voglio. Se cerco di accendere una luce, vuol dire che già luce c'è per accenderla. Se cerco di spegnere una luce, già conosco la tenebra che c'è. Nasco da un'infinita luce per mezzo di una infinita tenebra, vivo nello spendore del buio, muoio nella consapevolezza di entrambi.

L'essenza nominale della luce mi è chiarissima: essa è tutto e non lo è. L'essenza nominale della tenebra lo stesso. Il passo successivo è: qual'è l'essenza? ( che sa di ripetizione)

Io dico che l'essenza della luce ci sovrasta e sovrasta la "luce", nessuna parola può contenere l'infinito. Dico che l'essenza della tenebra ci sovrasta e sovrasta la "tenebra", nessuna parola può contenere l'indefinito. NOMINALISMO.

figlioccio @ 00:47 | commenti | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

Su "Il Codice da Vinci"

Archiviato il giovedì, 11 maggio 2006 in: lettura

Diventato da tempo un successo editoriale mondiale, il libro più criticato del nostro tempo si appresta ad uscire nelle sale cinematografiche ( 19 magio ) ed a perpetuare il focolaio di polemiche in maniera direttamente proporzionale all'aumento progressivo delle vendite. Si possono vedere ovunque trasmissioni televisive, speciali, forum, blogs in merito all'argomento, oltre a quodiniane discussioni in strada, a casa o nel posto di lavoro. La domanda è la seguente: ma perchè accade tutto questo?

In particolare, nella maniera più specifica, ci si può chiedere come mai centinaia di lettori del thriller siano esplosi in manifestazioni pubbliche di pazzia dopo aver concluso il libro, oppure com'è possibile che altri abbiano rinnegato la propria fede in seguito all'ostinata ricerca della verità che si cela dietro il libro di Dan Brown e soprattuto dietro alle opere di Leonardo da Vinci e alla sua presunta appartenenza all'oramai celebre anche fra i non addetti ai lavori "Priorato di Sion". 

Prima di scendere nei particolari, posso solo dire che la  mia risposta si rifà all'indagine filosofica di Tommaso Campanella, il quale nella sua teoria sull'autocoscienza asseriva che "noi sappiamo, possiamo e vogliamo l'altro perchè sappiamo, possiamo e vogliamo noi stessi". Tutte le cose quindi sono dotate di una "sapientia indita" (innata) mediante la quale sanno di essere e sono attaccate al proprio essere ( un SENSUS SUI, autosentirsi) e una "sapientia illata", cioè acquisita a contatto con le altre cose. Secondo Campanella. il SENSUS SUI viene sistematicamente offuscato dalla conoscenza dell'altro, o sapientia illata, cossichè la nostra coscienza ci rimane nascosta dietro il velo dell'altro-da-noi

"Tutti i conoscenti vengono alienati dal proprio essere, quasi finissero nella pazzia e nella morte; noi siamo nel regno della morte. CONOSCERE E' MORIRE. Ogni cosa è mutarsi in latro e ogni mutamento è qualche morte".

Ecco, infine, quella che è la mia idea in proposito: il Codice Da Vinci è chiaramente un romanzo interessante ( io stesso l'ho letto d'un fiato) ma solo un romanzo; la furbizia di mirare a far traballare delle colonne del Cristianesimo delle quali noi riceviamo l'eredità da quando siamo nati ( non per diretta visione, ma per trasmissione orale e scritta ) è paragonabile ad un'astuto gioco di prestigio, che non può per sua costituzione cancellare alcuna fede. Perciò, chi si "aliena" nella conoscenza dell'altro ( cioè in ciò che non può sentire come proprio essere cosciente) perde se stesso, le sue origini e la sua storia. In sostanza, per dirla con Campanella, muore.

Non lascimoci ingannare dall'astuzia: la verità non è scritta in un thriller, per conoscerla bisogna saper essere veri critici nei confronti di ogni molteplicità fenomenica ( come un libro) e saperla "decriptare" con giusto metodo, come direbbe Bacone, per "escludere o eliminare l'ipotesi falsa" e  camminare sulla strada del vero.

figlioccio @ 15:19 | commenti (1) | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni