J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit
J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit
Indovinelli nell'oscurità - pt.1
Quando Bilbo aprì gli occhi, si domandò se li avesse veramente aperti; infatti il buio non era meno fitto di quando li teneva chiusi. Non c'era nessuno vicino a lui. Immaginate la sua paura! non poteva udire niente, vedere niente e sentire niente tranne il suolo roccioso.
Molto lentamente si mise carponi e andò attorno barcollando, finché toccò la parete del tunnel; ma non potè scoprire niente né sopra né sotto: niente di niente, nessuna traccia degli Orchi, nessuna traccia dei Nani. La testa gli girava, ed era ben lontano dal sapere con un minimo di sicurezza in quale direzione stessero andando quando egli era caduto. Tirò a indovinare, e avanzò strisciando per un po', finché improvvisamente la mano andò a sfiorare per caso qualcosa che al tatto sembrava un sottile anello di metallo freddo, giacente sul fondo del tunnel. Bilbo era a un punto cruciale della sua vita, ma non lo sapeva. Si mise in tasca l'anello quasi senza pensarci, in quel momento sembrava che non potesse servire a niente di particolare. Non andò molto avanti, ma si sedette sul pavimento freddo abbandonandosi alla più completa disperazione. Pensò al Bilbo che friggeva uova e pancetta nella sua bella cucina a casa, perché poteva sentire dentro di sé che era ampiamente ora di mangiare qualcosa; ma questo lo rese soltanto più infelice.
Non era in grado di pensare al da farsi; né tanto meno era in grado di pensare a quanto era successo; o perché fosse stato abbandonato; o perché, se era stato abbandonato, gli Orchi non l'avessero catturato; e nemmeno perché la testa gli facesse tanto male.
La verità è che era rimasto a lungo steso per terra immobile, in un angolo buio, invisibile e incosciente.
Dopo un po' di tempo cercò a tastoni la pipa. Non si era rotta, e questa era una bella cosa. Poi cercò la borsa del tabacco, e ce n'era ancora un po', e questa era una cosa ancora più bella. Poi cercò dei fiammiferi e non riuscì a trovarne neanche uno, e questo distrusse completamente le sue speranze. Tanto meglio per lui, ammise quando ebbe ripreso del tutto i sensi. Solo il ciclo sapeva che cosa la fiammella dei fiammiferi e l'odore del tabacco gli avrebbero tirato addosso fuori dai buchi neri di cui quel postaccio era pieno. A tutta prima, comunque, si sentì distrutto. Ma nel buttare all'aria tutte le tasche e nel tastarsi tutto cercando i fiammiferi, la mano gli capitò sull'elsa della piccola spada, il pugnale che aveva preso agli Uomini Neri e di cui si era quasi dimenticato; per fortuna gli Orchi non se n'erano accorti, perché la portava sotto le brache. La sguainò. Riluceva pallida e offuscata davanti ai suoi occhi. "Dunque, anche questa è una lama elfica," pensò "e gli Orchi non sono molto vicini, anche se non sono lontani abbastanza."
Ma si era un po' rincuorato. Cingere una lama forgiata a Gondolin per le guerre contro gli Orchi, di cui tante canzoni avevano cantato, era una cosa che dava prestigio; ed egli si era anche accorto che questo tipo di armi aveva fatto una grande impressione agli Orchi che erano improvvisamente piombati su di loro.
"Tornare indietro?" pensò. "Neanche per sogno! Andare di lato? Impossibile! Andare avanti? E' la sola cosa da fare! Dunque, in marcia!" Così si alzò, e trotterellò via con la piccola spada sguainata davanti a sé, tastando la parete con una mano, e col cuore che era tutto un frenetico tic-tac.
Bilbo si trovava ora in quella che viene propriamente chiamata una strettoia. Dovete però ricordare che per lui non era proprio così stretta come lo sarebbe stata per me o per voi. Gli Hobbit non sono esattamente simili alla gente normale; e dopo tutto, anche se le loro caverne sono bei posti allegri e ben arieggiati, molto diversi dai tunnel degli Orchi, tuttavia essi sono molto più avvezzi di noi a scavare gallerie e non perdono facilmente il senso dell'orientamento sotto terra - non quando la loro testa si è rimessa da una botta. Essi si possono muovere molto silenziosamente, e rimettersi in modo fantastico da cadute e contusioni; inoltre, hanno una riserva di saggezza e di proverbi di cui gli uomini, per lo più, non hanno mai sentito parlare o di cui si sono dimenticati da molto tempo.
Cionondimeno, non mi sarebbe piaciuto trovarmi nei panni del signor Baggins. Pareva che il tunnel non avesse mai fine. Bilbo sapeva solo che continuava a scendere costantemente sempre nella stessa direzione, nonostante una curva o due. Ogni tanto sui fianchi della roccia si aprivano dei passaggi laterali, come capiva dal lucci chic della spada, o poteva sentire toccando la parete. Non se ne curò affatto, se non per affrettarsi a superarli temendo che da essi sbucassero fuori gli Orchi o altre cose oscure più o meno immaginarie. Continuò ad avanzare, a scendere sempre di più, e ancora non udiva alcun rumore eccetto il saltuario frullo di un pipistrello che gli passava vicino alle orecchie e al principio lo aveva sgomentato finché non divenne troppo frequente per preoccuparsene. Non so per quanto tempo andò avanti così, odiando di dover andare avanti a quel modo ma non osando fermarsi: avanti, avanti, finché non fu stanco da poterne più. Sembrava che dovesse continuare così fino all'indomani e oltre, per tutti i giorni futuri.
Improvvisamente e senza il minimo preavviso, ciac! si trovò, trotterellando, coi piedi nell'acqua. Brr! Era gelata! Questo lo fece fermare di botto. Non capiva se era solo una pozza sul suo cammino, o la sponda di un ruscello sotterraneo che intersecasse il passaggio, o la riva di un lago sotterraneo scuro e profondo. La spada non brillava quasi affatto. Egli rimase immobile e, aguzzando le orecchie, udì delle gocce che plink! plink! cadevano da un soffitto invisibile nell'acqua sottostante; nessun altro rumore era percepibile.
"Dunque è una pozza o un lago, e non un fiume sotterraneo" pensò. Ma non osò avventurarsi nel buio. Non sapeva nuotare; e gli vennero subito in mente quelle viscide cose repellenti dai grandi occhi sporgenti e ciechi, che si muovono torcendosi nell'acqua. Esseri strani abitano pozze e laghi nel cuore delle montagne; pesci i cui antenati nuotarono fin lì, solo il ciclo sa quanti anni fa, e non ne uscirono più fuori, mentre i loro occhi diventavano sempre più grandi cercando di vedere in quel buio nero come la pece; e altri esseri ancora, più viscidi dei pesci. Perfino nei tunnel e nelle caverne che gli Orchi si erano scavati per sé, si movevano creature che vivevano lì a loro insaputa, strisciatevi di nascosto e appiattite nel buio. D'altronde, alcune di quelle grotte risalivano a epoche anteriori agli Orchi, i quali si limitarono ad allargarle e a collegarle con numerosi passaggi, e gli antichi proprietari stanno ancora lì in angoli strani, aggirandosi intorno furtivi e curiosi.
Qui, nel profondo, presso l'acqua scura, viveva il vecchio Gollum, un essere piccolo e viscido. Non so da dove venisse, né chi o che cosa fosse. Era Gollum, scuro come l'oscurità stessa, ecce-zion fatta per due grandi occhi rotondi e pallidi nel viso scarno. Aveva una barchetta, e silenziosamente andava in giro sul lago; perché di un lago si trattava, profondo e mortalmente freddo. Come remi egli usava i suoi larghi piedi, che spenzolavano fuori dal bordo, ma non produceva mai un'increspatura. Lui no. Coi suoi pallidi occhi cercava pesci ciechi che ghermiva con dita lunghe, veloci come il pensiero. Gli piaceva pure la carne. Trovava di suo gusto anche gli Orchi, quando poteva procurarsene; ma stava ben attento a che non lo scoprissero. Li strangolava assalendoli alle spalle, se mai scendevano da soli in qualche punto vicino alla riva del lago, quando egli era uscito in cerca di preda. Lo facevano molto raramente, però, perché avevano la sensazione che qualcosa di sgradevole si nascondesse strisciando là sotto, alle radici della montagna. Erano giunti fino al lago, molto tempo addietro, quando avevano scavato le loro gallerie e avevano scoperto che non potevano avanzare oltre, sicché le loro strade in quella direzione finivano lì, e non c'era nessun motivo per passare da quelle parti, a meno che non lo ordinasse il Grande Orco. Talvolta infatti gli veniva l'uzzolo di mangiare pesci di lago, e talvolta né gli Orchi né i pesci ritornavano indietro.
Gollum, per la precisione, viveva sopra un isolotto roccioso e sdrucciolevole in mezzo al lago. Ora stava osservando Bilbo di lontano coi suoi pallidi occhi telescopici. Bilbo non poteva vederlo, ma lui era molto incuriosito da Bilbo, perché poteva facilmente constatare che non aveva niente a che fare con un Orco.
Gollum salì in barca e sfrecciò via dall'isolotto, mentre Bilbo sedeva sulla riva, tutto abbattuto per essere giunto ormai alla fine del proprio cammino e delle proprie risorse. Improvvisamente, ecco arrivare Gollum, sussurrando e sibilando:
« Benedicici e aspergici, tesssoro mio! Mi sssa che quesssta è carne di prima scelta; finalmente un bocconcino prelibato, gollum! » E quando disse gollum inghiottì, con un orribile rumore di gola. Era questa la ragione del suo nome, sebbene egli chiamasse sempre se stesso « mio tesoro ».
Lo Hobbit schizzò quasi fuori dalla pelle quando il sibilo gli giunse alle orecchie, e improvvisamente vide quegli occhi pallidi che sporgevano verso di lui. « Chi sei? » disse, piantandogli la spada davanti.
« Che cosa sssarà, tesssoro mio? » sussurrò Gollum (che si rivolgeva sempre a se stesso, non avendo mai nessuno altro con cui parlare). Proprio per scoprire questo era venuto, poiché al momento, in verità, non aveva molta fame, solo curiosità; altrimenti avrebbe prima ghermito e poi sussurrato.
« Sono il signor Bilbo Baggins. Ho perso i Nani, ho perso lo stregone e non so dove sono; né m'importa di saperlo, se solo riesco a uscire di qui. »
« Che cosss'ha in mano? » disse Gollum, guardando la spada, che non gli piaceva affatto.
« Una spada, una lama che fu forgiata a Gondolin! » " « Ssss! » disse Gollum, e si fece educatissimo. « Forse dovremmo sederci qui e chiacchierare un pochettino, tesssoro mio. Gli enigmi gli piacciono, forse gli piacciono, non è vero? »' Era ansioso di mostrarsi amichevole, almeno per il momento e fintantoché non ne sapesse di più sulla spada e sullo Hobbit: se fosse veramente tutto solo, se fosse buono da mangiare, e se lui, Gollum, avesse veramente fame. Gli enigmi erano la sola cosa che gli fosse venuta in mente. Porli, e talvolta scioglierli, era stato l'unico gioco cui avesse mai giocato con altre buffe creature che sedevano nelle loro caverne in un passato lontano lontano, prima di perdere tutti i suoi amici e di essere scacciato via, solo, e di scendere furtivamente nelle tenebre, sotto le montagne.
« Benissimo » disse Bilbo, che era ansioso di mostrarsi d'accordo, fintantoché non ne sapesse di più su quella creatura: se fosse tutto solo, se fosse aggressivo o affamato, e se fosse un amico degli Orchi.
« Comincia tu » disse, perché non aveva avuto il tempo di pensare un enigma.
Così Gollum sibilò:
Radici invisibili ha, più in alto degli alberi sta, lassù fra le nuvole va e mai tuttavia crescerà.
(...continua...)





















In questo panorama variopinto si inserisce la novità portata da Frank Zappa. E' abbastanza inutile cercare di riassumere in poche righe la straordinaria genialità con cui questo magnifico musicista è stato capace di inventarsi la chitarra elettrica come strumento eccezzionalmente dinamico e melodicamente inesauribile, riuscendo ancora ad introdurre delle sonorità talmente innovative e al contempo basandosi su intrecci melodici propri del grande rock, da determinare un genere musicale non classificabile altrimentui sennon con un "Zappa style".

) di ogni sua singola sezione, esplorando nel dettaglio quegli elementi che Tolkien, nel suo gusto ottocentesco, lascia apparenti e velati; la psicologia dei personagi, l'anima di questa terra fantastica, le tradizioni dei popoli, lo spirito dei linguaggi, le leggende vanno ricercati come tesori, e soprattutto non solamente in quest'opera in sè, ma valutando l'effettiva esistenza di un'"opera omnia" di Tolkien che descrive in maniera completa quella storia della Terra-di-Mezzo nella quale ciò di cui tratta "Il Signore degli Anelli" è solo una piccola parte. Io la definirei una monografia, nell'ambito della totalità de "Il Silmarillon".