J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit

Archiviato il giovedì, 30 marzo 2006 in: racconti, tolkien

J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit

Indovinelli nell'oscurità  -  pt.1

Quando Bilbo aprì gli occhi, si domandò se li avesse veramente aperti; infatti il buio non era meno fitto di quando li teneva chiusi. Non c'era nessuno vicino a lui. Immaginate la sua paura! non poteva udire niente, vedere niente e sentire niente tranne il suolo roccioso.

Molto lentamente si mise carponi e andò attorno barcollando, finché toccò la parete del tunnel; ma non potè scoprire niente né sopra né sotto: niente di niente, nessuna traccia degli Orchi, nessu­na traccia dei Nani. La testa gli girava, ed era ben lontano dal sape­re con un minimo di sicurezza in quale direzione stessero andando quando egli era caduto. Tirò a indovinare, e avanzò strisciando per un po', finché improvvisamente la mano andò a sfiorare per caso qualcosa che al tatto sembrava un sottile anello di metallo freddo, giacente sul fondo del tunnel. Bilbo era a un punto cruciale della sua vita, ma non lo sapeva. Si mise in tasca l'anello quasi senza pen­sarci, in quel momento sembrava che non potesse servire a niente di particolare. Non andò molto avanti, ma si sedette sul pavimento freddo abbandonandosi alla più completa disperazione. Pensò al Bilbo che friggeva uova e pancetta nella sua bella cucina a casa, per­ché poteva sentire dentro di sé che era ampiamente ora di mangia­re qualcosa; ma questo lo rese soltanto più infelice.

Non era in grado di pensare al da farsi; né tanto meno era in grado di pensare a quanto era successo; o perché fosse stato abban­donato; o perché, se era stato abbandonato, gli Orchi non l'avesse­ro catturato; e nemmeno perché la testa gli facesse tanto male.

La verità è che era rimasto a lungo steso per terra immobile, in un angolo buio, invisibile e incosciente.

Dopo un po' di tempo cercò a tastoni la pipa. Non si era rotta, e questa era una bella cosa. Poi cercò la borsa del tabacco, e ce n'era ancora un po', e questa era una cosa ancora più bella. Poi cercò dei fiammiferi e non riuscì a trovarne neanche uno, e questo distrusse completamente le sue speranze. Tanto meglio per lui, ammise quan­do ebbe ripreso del tutto i sensi. Solo il ciclo sapeva che cosa la fiammella dei fiammiferi e l'odore del tabacco gli avrebbero tirato addosso fuori dai buchi neri di cui quel postaccio era pieno. A tutta prima, comunque, si sentì distrutto. Ma nel buttare all'aria tutte le tasche e nel tastarsi tutto cercando i fiammiferi, la mano gli capitò sull'elsa della piccola spada, il pugnale che aveva preso agli Uomini Neri e di cui si era quasi dimenticato; per fortuna gli Orchi non se n'erano accorti, perché la portava sotto le brache. La sguainò. Riluceva pallida e offuscata davanti ai suoi occhi. "Dunque, anche questa è una lama elfica," pensò "e gli Orchi non sono molto vicini, anche se non sono lontani abbastanza."

Ma si era un po' rincuorato. Cingere una lama forgiata a Gondolin per le guerre contro gli Orchi, di cui tante canzoni ave­vano cantato, era una cosa che dava prestigio; ed egli si era anche accorto che questo tipo di armi aveva fatto una grande impressione agli Orchi che erano improvvisamente piombati su di loro.

"Tornare indietro?" pensò. "Neanche per sogno! Andare di lato? Impossibile! Andare avanti? E' la sola cosa da fare! Dunque, in marcia!" Così si alzò, e trotterellò via con la piccola spada sguai­nata davanti a sé, tastando la parete con una mano, e col cuore che era tutto un frenetico tic-tac.

Bilbo si trovava ora in quella che viene propriamente chiamata una strettoia. Dovete però ricordare che per lui non era proprio così stretta come lo sarebbe stata per me o per voi. Gli Hobbit non sono esattamente simili alla gente normale; e dopo tutto, anche se le loro caverne sono bei posti allegri e ben arieggiati, molto diversi dai tun­nel degli Orchi, tuttavia essi sono molto più avvezzi di noi a scava­re gallerie e non perdono facilmente il senso dell'orientamento sotto terra - non quando la loro testa si è rimessa da una botta. Essi si possono muovere molto silenziosamente, e rimettersi in modo fantastico da cadute e contusioni; inoltre, hanno una riserva di sag­gezza e di proverbi di cui gli uomini, per lo più, non hanno mai sen­tito parlare o di cui si sono dimenticati da molto tempo.

Cionondimeno, non mi sarebbe piaciuto trovarmi nei panni del signor Baggins. Pareva che il tunnel non avesse mai fine. Bilbo sape­va solo che continuava a scendere costantemente sempre nella stes­sa direzione, nonostante una curva o due. Ogni tanto sui fianchi della roccia si aprivano dei passaggi laterali, come capiva dal lucci chic della spada, o poteva sentire toccando la parete. Non se ne curò affatto, se non per affrettarsi a superarli temendo che da essi sbucassero fuori gli Orchi o altre cose oscure più o meno immagi­narie. Continuò ad avanzare, a scendere sempre di più, e ancora non udiva alcun rumore eccetto il saltuario frullo di un pipistrello che gli passava vicino alle orecchie e al principio lo aveva sgomen­tato finché non divenne troppo frequente per preoccuparsene. Non so per quanto tempo andò avanti così, odiando di dover andare avanti a quel modo ma non osando fermarsi: avanti, avanti, finché non fu stanco da poterne più. Sembrava che dovesse continuare così fino all'indomani e oltre, per tutti i giorni futuri.

Improvvisamente e senza il minimo preavviso, ciac! si trovò, trotterellando, coi piedi nell'acqua. Brr! Era gelata! Questo lo fece fermare di botto. Non capiva se era solo una pozza sul suo cammi­no, o la sponda di un ruscello sotterraneo che intersecasse il passag­gio, o la riva di un lago sotterraneo scuro e profondo. La spada non brillava quasi affatto. Egli rimase immobile e, aguzzando le orecchie, udì delle gocce che plink! plink! cadevano da un soffitto invisibile nell'acqua sottostante; nessun altro rumore era percepibile.

"Dunque è una pozza o un lago, e non un fiume sotterraneo" pensò. Ma non osò avventurarsi nel buio. Non sapeva nuotare; e gli vennero subito in mente quelle viscide cose repellenti dai grandi occhi sporgenti e ciechi, che si muovono torcendosi nell'acqua. Esseri strani abitano pozze e laghi nel cuore delle montagne; pesci i cui antenati nuotarono fin lì, solo il ciclo sa quanti anni fa, e non ne uscirono più fuori, mentre i loro occhi diventavano sempre più grandi cercando di vedere in quel buio nero come la pece; e altri esseri ancora, più viscidi dei pesci. Perfino nei tunnel e nelle caver­ne che gli Orchi si erano scavati per sé, si movevano creature che vivevano lì a loro insaputa, strisciatevi di nascosto e appiattite nel buio. D'altronde, alcune di quelle grotte risalivano a epoche ante­riori agli Orchi, i quali si limitarono ad allargarle e a collegarle con numerosi passaggi, e gli antichi proprietari stanno ancora lì in ango­li strani, aggirandosi intorno furtivi e curiosi.

Qui, nel profondo, presso l'acqua scura, viveva il vecchio Gollum, un essere piccolo e viscido. Non so da dove venisse, né chi o che cosa fosse. Era Gollum, scuro come l'oscurità stessa, ecce-zion fatta per due grandi occhi rotondi e pallidi nel viso scarno. Aveva una barchetta, e silenziosamente andava in giro sul lago; per­ché di un lago si trattava, profondo e mortalmente freddo. Come remi egli usava i suoi larghi piedi, che spenzolavano fuori dal bordo, ma non produceva mai un'increspatura. Lui no. Coi suoi pallidi occhi cercava pesci ciechi che ghermiva con dita lunghe, veloci come il pensiero. Gli piaceva pure la carne. Trovava di suo gusto anche gli Orchi, quando poteva procurarsene; ma stava ben attento a che non lo scoprissero. Li strangolava assalendoli alle spalle, se mai scendevano da soli in qualche punto vicino alla riva del lago, quando egli era uscito in cerca di preda. Lo facevano molto raramente, però, perché avevano la sensazione che qualcosa di sgradevole si nascondesse strisciando là sotto, alle radici della montagna. Erano giunti fino al lago, molto tempo addietro, quan­do avevano scavato le loro gallerie e avevano scoperto che non potevano avanzare oltre, sicché le loro strade in quella direzione finivano lì, e non c'era nessun motivo per passare da quelle parti, a meno che non lo ordinasse il Grande Orco. Talvolta infatti gli veni­va l'uzzolo di mangiare pesci di lago, e talvolta né gli Orchi né i pesci ritornavano indietro.

Gollum, per la precisione, viveva sopra un isolotto roccioso e sdrucciolevole in mezzo al lago. Ora stava osservando Bilbo di lon­tano coi suoi pallidi occhi telescopici. Bilbo non poteva vederlo, ma lui era molto incuriosito da Bilbo, perché poteva facilmente consta­tare che non aveva niente a che fare con un Orco.

Gollum salì in barca e sfrecciò via dall'isolotto, mentre Bilbo sedeva sulla riva, tutto abbattuto per essere giunto ormai alla fine del proprio cammino e delle proprie risorse. Improvvisamente, ecco arrivare Gollum, sussurrando e sibilando:

« Benedicici e aspergici, tesssoro mio! Mi sssa che quesssta è carne di prima scelta; finalmente un bocconcino prelibato, gollum! » E quando disse gollum inghiottì, con un orribile rumore di gola. Era questa la ragione del suo nome, sebbene egli chiamasse sempre se stesso « mio tesoro ».

Lo Hobbit schizzò quasi fuori dalla pelle quando il sibilo gli giun­se alle orecchie, e improvvisamente vide quegli occhi pallidi che spor­gevano verso di lui. « Chi sei? » disse, piantandogli la spada davanti.

« Che cosa sssarà, tesssoro mio? » sussurrò Gollum (che si rivol­geva sempre a se stesso, non avendo mai nessuno altro con cui par­lare). Proprio per scoprire questo era venuto, poiché al momento, in verità, non aveva molta fame, solo curiosità; altrimenti avrebbe prima ghermito e poi sussurrato.

« Sono il signor Bilbo Baggins. Ho perso i Nani, ho perso lo stregone e non so dove sono; né m'importa di saperlo, se solo rie­sco a uscire di qui. »

« Che cosss'ha in mano? » disse Gollum, guardando la spada, che non gli piaceva affatto.

« Una spada, una lama che fu forgiata a Gondolin! » " « Ssss! » disse Gollum, e si fece educatissimo. « Forse dovrem­mo sederci qui e chiacchierare un pochettino, tesssoro mio. Gli enigmi gli piacciono, forse gli piacciono, non è vero? »' Era ansioso di mostrarsi amichevole, almeno per il momento e fintantoché non ne sapesse di più sulla spada e sullo Hobbit: se fosse veramente tutto solo, se fosse buono da mangiare, e se lui, Gollum, avesse veramente fame. Gli enigmi erano la sola cosa che gli fosse venuta in mente. Porli, e talvolta scioglierli, era stato l'unico gioco cui aves­se mai giocato con altre buffe creature che sedevano nelle loro caverne in un passato lontano lontano, prima di perdere tutti i suoi amici e di essere scacciato via, solo, e di scendere furtivamente nelle tenebre, sotto le montagne.

« Benissimo » disse Bilbo, che era ansioso di mostrarsi d'accor­do, fintantoché non ne sapesse di più su quella creatura: se fosse tutto solo, se fosse aggressivo o affamato, e se fosse un amico degli Orchi.

« Comincia tu » disse, perché non aveva avuto il tempo di pen­sare un enigma.

Così Gollum sibilò:

Radici invisibili ha, più in alto degli alberi sta, lassù fra le nuvole va e mai tuttavia crescerà.

(...continua...)
 

figlioccio @ 12:04 | commenti | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

Briciole di tempo e la paura

Archiviato il mercoledì, 29 marzo 2006 in: incoscienze

Oggi parlo del tempo. Meglio, anzi, del "mio" tempo; è vero infatti che non si può parlare del tempo senza che siamo "noi" stessi a parlarne, quindi parliamo necessariamente di un tempo "per-noi". Si potrebbe dire anche giustamente che il tempo che sia necessariamente "mio", non potrebbe essere di qualcun'altro, rimandando a me, ma anche che, un "mio" tempo, in effetti,  non esiste, perchè in questo non si può screditare l'insieme di tempi "non-miei" che lo compongono e che ne sono in parte il fondamento..
Dunque: "l'insieme dei miei tempi", per non fare torto a nessuno, sta affrontando oggi questo problema esistenziale e fondativo della mia persona: siamo noi come esseri umani ad essere "temporalizzati", cioè inseriti dalle nostre intuizioni pure a priori in codesti schemi temporali, oppure è lo stesso tempo che si "umanizza" o che è stato "umanizzato" e fatto rientrare in determinati ragionamenti e schemi? In effetti, si potrebbe dire sia l'uno che l'altro: l'uomo reagisce all'idea di tempo attraverso ciò che questa sollecitazione produce in schemi prestabiliti e formati, allo stesso modo il tempo, se se ne chiarifica l'esistenza, essendo strumento all'azione di tutto ciò che esiste, deve essere "umanizzato", cioè categorizzato e quindi determinato come "forma del senso interno" (per citare Kant) dall'uomo.
In ogni caso, noi chiamamo tempo qualcosa che nella sua essenza di certo non lo è, cioè identifichiamo il concetto "tempo" come nostro, unico, il "mio tempo", mostrandolo parziale, limitato, comprensibile e, soprattutto pensabile ( e facendoci carico delle contraddizioni sopra descritte...). Ciascuno può sforzarsi di pensare al tempo: non può che pensare alla sua storia, al suo percorso, oppure alla storia dell'umanità o alla storia di qualcun'altro..ma non si può pensare il "tempo"! 

Tralasciando per il momento questa argomentazione, vorrei tornare a parlare del tempo, ma del tempo che mi riguarda come essere: scadendo forse nella più comune quotidianità dopo un'introduzione di questo tipo, dico che di questo tempo oggi ho paura. Ho paura soprattutto del tempo apparentemente "perso", lasciato al sonno, all'ozio, alla pigrizia, ho paura di perdere tempo e quindi di perder-mi, in quanto io sono anche in quanto sono-tempo. . E' vero infatti che:  se vivere è coscienza di essere vivi, e dormire è vagare nel regno del fantastico inconscio, il sonno assume i caratteri di incoscienza come assenza di vita. In sostanza, il "dormire" è un'imposizione del corpo che ha bisogno di riposarsi sul nostro essere cosciente, il che genera necessariamente un'idea di necessità del sonno, ma anche una sua profonda insensatezza.
Liberato allora il tempo dalla sua essenza granitica ed imperturbabile, abbiamo unicamente un tempo "umanizzato" nostro, fatto delle nostre storie e delle nostre paure, delle nostre interpretazioni e dei nostri "passaggi", delle nostre convinzioni e del nostro rifiuto; perchè solo in questo modo il tempo diviene parte di noi, del nostro senso interno, accogliendo tutta la nostra storia e abbracciandola al di là di noi stessi. 

 

figlioccio @ 16:40 | commenti (3) | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

Archiviato il sabato, 25 marzo 2006 in: proposte

Pico della Mirandola, "De hominis dignitate"

[....] Senonchè, recato il lavoro a compimento, l'artefice desiderava che ci fosse qualcuno capace di afferrare la ragione di un'opera così grande, di amarne la bellezza, di ammirarne la vastità. Perciò compiuto ormai il tutto, come attestano Mosè e Timeo, pensò da ultimo a produrre l'uomo. [...]

Stabilì finalmente l'ottimo artefice che a colui cui nulla poteva dare di proprio fosse comune tutto ciò che aveva singolarmente assegnato agli altri. Perciò accolse l'uomo come opera di natura indefinita e postolo nel cuore del mondo così gli parlò: "non ti ho dato, o Adamo, nè un posto determinato, nè un aspetto proprio, nè alcuna prerogativa tua, perchè quel posto, quell'aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto e il tuo consiglio ottenga e conservi. La natura limitata degli altri è contenuta entro le leggi da me prescritte. Tu te la determinerai da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai.

Ti posi nel mezzo del mondo perchè di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo. Non ti ho fatto nè celeste nè terreno, nè mortale nè immortale, perchè di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine".

Suprema liberalità di Dio padre! O suprema mirabile felicità dell'uomo! A cui è concesso di ottenere ciò che desidera, di essere ciò che vuole.

figlioccio @ 02:09 | commenti (8) | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

Archiviato il venerdì, 24 marzo 2006 in: proposte

Sulla non-casualità dell’essere

 

Su tutto ciò che capita, come a sorpresa nel bel mezzo di ogni situazione "normale", vige la non-casualità dell'essere. Essendo quindi non-casuale, a sostegno del ragionamento, tutto ciò che ci circonda rimane estremamente molteplice e privo di fondamento causativo, nel momento in cui il suo divenire "per-noi" non è "da-noi" compreso. Questa asserzione porrebbe la condizione della comprensione come possibile, ossia renderebbe incerta ma necessariamente realizzabile qualsiasi rappresentazione sintetica del casuale alla nostra mente, mettendoci cioè nella condizione di conoscere in maniera generale, ossia universale e necessaria. L'ostacolo è proprio insito nelle nostre capacità, in quanto qualsiasi congiunzione fenomenica, a  mio giudizio, seppur possibile, rimane accettabile solo attraverso la condizione della volontà, che permette in primo e luogo la piena realizzazione dell'autocoscienza, in secondo luogo la piena comprensione del valore di quest'ultima.

COMPRENSIONE #  SINTESI,  perchè la prima necessità della volontà

Assumendo aprioristicamente che le nostre facoltà conoscitive riescano a produrre una sintesi autocosciente, completa e categorizzata, questo stesso atto appercettivo rimane a se stante se non connesso alla condizione di volontà del soggetto di riconoscerla come tale, cioè non tanto di esserne pienamente consapevole ( in quanto perlopiù esso rimane celato in quella regione del nostro sistema razionale tanto automatica quanto attiva detta subconscio) ma di "comprenderlo", di valorizzarne l'operato per creare una "sintesi 2", che unifichi la prima sintesi fenomenica autocosciente ma puramente razionale con la realtà "pratica" dell'individuo nella sua volontà d'azione. Il risultato sarà la piena "comprensione autocosciente" dell'individuo e degli "oggetti per-sè" che gli stanno attorno.

SINTESI 1 ( appercezione)  -  VOLONTA' ( ragion pratica)  -  SINTESI 2 ( comprensione)

Tutto ciò che c'è di fenomenico, quindi, diviene comprensibile alle mie capacità conoscitive come un "per-me", e quindi un non-casuale perchè compreso nella totalità, "da-me",solamente con la congiunzione fra la ragion pura e la ragion pretica in ambito gnoseologico. Essendo infatti necessario che in una il fenomeno si dia e venga sintetizzato tramite le facoltà a priori, attraverso l'altra questo processo viene caricato di volontà, con la quale si concretizza una "responsabilizzazione" del processo sintetico nel soggetto, al punto che il fenomeno che prima era solamente un oggetto-per-me, che si da a prescindere dalla mia volontà e di cui non posso avere alcuna conoscenza ontologica ( appunto rimane "casuale" ), diviene un darsi del fenomeno coadiuvato dalla volontà del soggetto, il che genera un'autocoscienza tale da sintetizzare l'informazione fenomenica, rendere questa sintesi oggetto della volontà trascendentale e quindi comprendere, nella sua complessità, il senso ultimo della realtà non come una serie di eventi casuali ma in una provvidenziale connessione di non-casaulità.

Ogni singolo evento che accade, perciò, con le facoltà "io-penso" e "io-voglio-pensare" sarà compreso nella serie di altri eventi, accduti e che devono ancora accadere, come totalità razionale,  connessa necessariamente in un "unicum", dove il tutto è espressione delle parti e le parti del tutto ( ossia il tutto "comprensibile" dalle parti e le parti "comprensibili" dal tutto).

figlioccio @ 01:09 | commenti (5) | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

Steve Vai e il fattore Zappa

Archiviato il mercoledì, 22 marzo 2006 in: giganti

Siamo nel 1980: il rock è diventato un'icona, leggenda nella leggenda, un mondo nuovo, con i suoi grandi eventi e le sue battaglie ideologiche riempie piazze, spianate e stadi, con il s

uo linguaggio avvicina persone di ogni etnia, lingua e condizione, cerca la rottura totale con le tradizioni e le abitudini e indirizza in vari modi il cammino di chi ascolta verso un'ignoto che affascina il mondo intero.

In questo panorama variopinto si inserisce la novità portata da Frank Zappa. E' abbastanza inutile cercare di riassumere in poche righe la straordinaria genialità con cui questo magnifico musicista è stato capace di inventarsi la chitarra elettrica come strumento eccezzionalmente dinamico e melodicamente inesauribile, riuscendo ancora ad introdurre delle sonorità talmente innovative e al contempo basandosi su intrecci melodici propri del grande rock,  da determinare un genere musicale non classificabile altrimentui sennon con un "Zappa style".

Insomma, a partire dal 1980, un ragazzo di grande talento inizia la sua avventura nella band di Zappa: il suo nome è Steve Vai. Militando in una band già a dir poco affermata a livello mondiale, Steve Vai riesce ad emergere negli anni come chitarrista estroso e geniale, grande aiuto al lavoro del "maestro" Frank nei momenti cruciali di una rock band, come l'incisione e la performance live. Riesce inoltre ad inserirsi in quel "paradiso della musica" ormai già difficilissimo da raggiungere per la presenza di grandi nomi del rock che avrebbero poi continuato la loro attività per ulteriori decadi a venire. In ogni caso, l'esperienza accumulata negli anni, permette al talentuoso Steve di crearsi un piccolo orticello da coltivare personalmente: l'aiuto di Zappa, la conoscenza di artisti di livello e le idee maturate negli anni permettono l'inizio del "project Steve Vai" con la realizzazione dell'album "Flex-able" ( 1984) per la Favored Nations Entertainment.

Il progetto è descritto dallo stesso Steve Vai come un'isieme di idee non pensate inizialmente per la registrazione, ma accorpate più tardi per cominciare, citando il "Racord Rap" di Flex-able, la "missione" ( in alliance with God..) cosi descritta: " I have many concepts for future work, some involving music that may seem very commercial and some music that may be the most horrible-sounding conglomeration of frequencies ever assembled on a tape." . A posteriori, tutto si può dire tranne che questo assemblaggio sia stato horrible nei successivi album, riuscendo invece a recuperare l'eredita Zappiana e a creare uno stile oramai inconfondibile.( preludi: "The Attitude Song", "Next Stop Earth", "There's something dead in here", "Burnin' down the mountain", "Chronic Insomnia")

Se Flex-able rimane un primo passo sicuramente incerto e stentato dal punto di vista tecnico e come ancora appoggiato al bastone del "maestro", i successivi album ("Passion and Warfare" 1990, "Sex and Religion" 1993, "Alien Love Secrets" 1995) segnano un netto cambio di registro. "Passion and Warfare" rimane ancora oggi un classico inimitabile di musica per chirtarra elettrica strumentale, una successione di grandi successi e di melodie entusiasmanti, che mostrano il grande estro di Steve nell'introdurre una chitarra capace di realizzare una grande molteplicità di suoni  ( dalla maestria nel gestire effetti, risonanze, feedback e leva in "Erotic Nightmares", all'intro memorabile per pulizia e precisione in atmosfera extra-sensoriale di "Ballerina 12/24", al più emozionante brano melodico del secolo per grande intensità e ottima tecnica, che diventerà poi una vera e propria icona vaiana in "For the love of God", all'incredibile dialogo chitarra/steve-insegnante di "The audience is listening") e nel presentarsi come mostro di tecnica, geniale compositore e magistrale esecutore. Con l'album "Fire Garden" 1996 e l'inizio della serie dei G3, concerti per chitarra solista ideati da Steve Vai e il suo amico storico ( nonchè grandissimo e graditissio chitarrista ) Joe Satriani, inizia la consacrazione di questo nuovo fenomeno musicale e la nascita si un "Vai style" globalmente riconosciuto.     

Da punto di vista tecnico, iniziando progressivamente il cammino da solista con grandissima sicurezza, lo style di Steve Vai comincia a definirsi, rimanendo al contempo indedifinile. L'apporto dell'esperienza zappiana si asciuga dalla zuppa di colore di "Flex-able", che nella sua importanza rimaneva però in uno stato di indefinitezza e confusione generale, e si concretizza nella pluralità di linguaggi unificati in pentagramma da Steve. In effetti, per quanto cresciuto a suon di Led Zeppelin e del rock più puro nella sua giovinezza, Steve unisce l'incisività e la melodicità del rock a linguaggi fusion, jazz, blues (noto il suo grande apprezzamento per Jimi Hendrix) e melodie dell'iperuranio zappiano, perfezionandosi negli anni come compositore rigoroso ( in ogni estremità sonora di Steve c'è dietro la sua categorizzazione su pentagramma) e mantenendo la capacità di improvvisazione dei primordi( allungata attraverso l'utilizzo molteplice degli strumenti tradizionali e di un'effettistica a dir poco imponente per poter realizzare suoni che rispecchino precisamente l'intenzione di avvicinare la chitarra a ciò che la realtà ci mostra).

La serie di successi ("“The Ultra Zone”, “Alive In An Ultra World”, "The elusive light and sound", che andrebbero analizzati nel dettaglio singolarmente, magari in altra occasione ma con immutabile curiosità) porta Steve Vai a pubblicare nel 2005 "Real Illusion: Reflections": Questo è un album-concept, per la verità la prima di quattro parti della storia che si nasconde dietro  uno sfoggio immancabile di esperimenti e sonorità in "style"; per questo tipo di progetto, Steve Vai ha parlato di 10 anni di lavoro in futuro, perchè "ciò che è importante per me è la mia ricerca spiriuale, il perfetto equilibrio della mia anima, un equilibrio che poi riverbero nella musica" in un'intervista a Guitar Club del Maggio 2005 di Maurizio De Paola. E' un album "dai sapori spaziali, come un'evoluzione dovuta di Ultra Zone, qualcosa sottoposta ad un elettroshock zappiano che si traduce nei forsennati movimenti chitarristici di Builiding the Church e Dyning for your love.." (Guitar Club, Maggio 2005) ma anche in momenti di forte poesia, con dense melodie vaiane che toccano con un dito le impenetrabili superfici emotive di chi ascolta , come si sfiora la calma piatta del mare( "Lotus Feet").

figlioccio @ 15:56 | commenti (1) | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

Archiviato il martedì, 21 marzo 2006 in: insonnie

Sofisma della notte

  • Scrivere è non-scrivere ciò che si vorrebbe; si può allora scrivere il non-scritto voluto? poichè nessuno scrive ciò che pensa, ma ciò che scrive, come avere è ciò che si ha, non ciò che si vorrebbe avere.
  • Il possibile è immaginazione, ma non si può immaginare il possibile. Tutto ciò che non-è, non-è e non: sarà. perchè ciò che non-è, non-è e basta. Ciò che sarà, non-è ciò che ora non-è, ma è ciò che sarà. Se non-è, non-è, e ciò che sarà, sarà, allora ciò che sarà, sarà un divenire essere di ciò che non-è ( dialettica Platonica del divenire ) oppure un non-essere che non-sarà, come non-è?
  • Vedo una stella. Già non-vedo più, ma vedo il sarà del vedo. Il vedere è visto, vedere, vedrò. Posso però pensare che vedrò? Si, ma non posso vedere il vedrò. Vedrò è visto, vedere è vedere, la stella vista però, non-è più: vedo allora?
  • Tutto ciò che colpisce i miei sensi è pronto già a non-essere, poichè o è o non-è: perchè se il non-essere fosse, allora il non-essere non sarebbe non-essere, ma sarebbe essere..il non-essere non sarebbe. Ma quant'è vero che io non-sono una donna! non-sono un albero! non-sono Vasco Rossi! Allora sono: come la stella è, come tutto, ma pure non-sono, come la stella non-è( una donna, un albero, vasco rossi..)!! Sono e non-sono esattamente, insieme sono io e non lo sono e, non essendo io : non-sono ( contraddizione ), sono qualcun'altro?
  • Chi sono io, essendo non-sono, mentre guardo ( e non-guardo) la stella che non-è?
  • Quindi: cosa E'? Nulla. Tutto. Nulto.
  • Infatti se il nulla è, il non-essere non-è nulla, ma non-essendo il nulla, esso non-è il tutto, piochè il tutto è/non-è.il nulla allora necessariamente è/non-è; non-essendo però, non-essendo il suo opposto, cosa è? Il non-nulla, è. Mi spiego. Non-nulla, è/non-è qualcosa, se qualcosa è/non-è, ma nel caso in cui "qualcosa" non-fosse, non-essendo nulla, sarebbe necessaramente "non-qualcosa", non tutto e non nulla e non qualcosa. Chiamo NULTO allora una fantastica congiunzione di NULla e tutTO, il quale è di certo, perchè ne è/non è tutto ( non-essendo tutto) ne è/non-è nulla (non essendo nulla ) ne è/non-è qualcosa.
  • Il NULTO è, per non-essere, e per far si che tutto e nulla siano e non-siano.   
  • Il cane abbaia tre volte. Ma quando abbaia? non si può dire che il cane abbaia, ma solo che ha abbaiato. Ma dire: ha abbaiato, è dire che il cane che abbaia non-è. Quindi il cane necessariamente non-abbaia, non ha mai abbaiato ( visto che non-è) e non abbaierà, altrimenti io non-sono e non-scrivo.
  • Quindi ecco il problema finale: o il cane non-abbaia, o io non-scrivo. Ma io scrivo, quindi il cane non-abbaia!!
  • Il cane direbbe: io abbaio, quindi Daniele non-scrive. Siamo d'accordo allora: quando io scrivo, il cane non-abbaia, quando il cane abbaia, Daniele non-scrive...perciò, C.V.D. = IO NON SONO DANIELE.

p.s. forse era meglio che andavo a dormire..cmq se qualcuno vuole commentare questo "folle volo" ne sarei entusiasta!!

figlioccio @ 11:33 | commenti (4) | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

Archiviato il lunedì, 20 marzo 2006 in:

Benvenuti nel mio blog!

"Sembrava vi fosse dietro le pupille un enorme pozzo, pieno di secoli di ricordi e di lunghe, lente e costanti meditazioni; ma in superficie sfavillava il presente, come sole scintillante sulle foglie esterne di un immenso albero, o sulle creste delle onde di un immenso lago"

da J.R.R Tolkien, "Il Signore degli Anelli", Le due Torri

Non poteva che iniziare così la mia esperienza in questo blog, non poteva iniziare che con una citazione del libro che da solo nella sua profondità ha sconvolto la mia adolescenza, e la sconvolge tutt'ora,  ad ogni sua semplice esperienza. Kant stesso era convinto che, nell'ambito di una conoscenza trascendentael del molteplice fenomenico, questa non avrebbe potuto essere senza l'apporto dell'esperienza sensoriale; così infatti, una gnoseologia di un testo come "Il Signore degli anelli", per nulla semplice in verità, può esserci, per chi ne fosse interessato , solamente dalla lettura attenta (e ripetuta ) di ogni sua singola sezione, esplorando nel dettaglio quegli elementi che Tolkien, nel suo gusto ottocentesco, lascia apparenti e velati;  la psicologia dei personagi, l'anima di questa terra fantastica, le tradizioni dei popoli, lo spirito dei linguaggi, le leggende vanno ricercati come tesori, e soprattutto non solamente in quest'opera in sè, ma valutando l'effettiva esistenza di un'"opera omnia" di Tolkien che descrive in maniera completa quella storia della Terra-di-Mezzo nella quale ciò di cui tratta "Il Signore degli Anelli"  è solo una piccola parte. Io la definirei una monografia, nell'ambito della totalità de "Il Silmarillon".

In ogni caso, visto che spero di parlare in altra occasione di questo argomento, magari aiutato da qualche commento stimolante, vorrei adesso descrivere la semplicità delle citazione iniziale nelle frasi pronunciate ( anche se la loro pronuncia è frutto solo di quella capacità immaginativa propria delle nostre facoltà, visto che -purtroppo- l'esistenza di dette frasi e quindi l'esistenza di Barbalbero in se e dell'universo Tolkeniano è rimandabile solo alla nostra straordinaria immaginazione ) da Pipino, come la libertà che caratterizzerà questo semplice blog, ricco di memoria col tempo ("secoli di ricordi") e meditazioni, ma "sfavillante" del presente, in ciò che mi procura riflessione,  oggi come sempre, insieme a chi voglia con me.

 

figlioccio @ 13:08 | commenti (3) | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni