"Cercavi tra l'erba le parole" - Roberto Marino Masini

Archiviato il martedì, 27 ottobre 2009 in: poesia, inversioni, Roberto Marino Masini

Pubblico la prefazione che io stesso ho curato per questo bellissimo libro di poesie di  Roberto Marino Masini, la cui lettura consiglio caldamente a tutti voi. Per chi volesse avere più informazioni, lascio il link della case editrice L'Arcolaio.

Roberto Marino MasiniPrefazione

 

Si può vivere, io credo, la poesia. Si può vederla nascere, crescere, fare i primi passi e correre; si può incontrarla nel tempo e condividerne gioie e dolori. Vivere la poesia, cioè condividerla pienamente, è abitarci assieme. Tanti sono stati i profeti della preziosità del quotidiano quando il mondo del senso sembrava così irraggiungibile, così lontano e segreto: tanti profeti che parlavano per la poesia, per la sua vita.

La quotidianità che esplode dal testo di Roberto Masini è il sentiero che ci prepara il cammino che porta alla partecipazione del luogo poetico della sua opera. Cosa  possiamo fare noi? Intanto aprire le finestre di questa casa, togliere tende e persiane per metterci all’ascolto di quella parte di noi che si nasconde nel testo, cercare una sedia, un divano o un letto dove poter stare, dove sentirci ‘a casa’, cercando le parole, come un abbraccio:

 

Ecco, / cercavi tra l’erba le parole, / non le stesse di sempre, / ma quelle sconosciute / che gli altri temono o nascondono / nel pugno stretto dietro la schiena. / Ora sono nella bocca, / e la tua lingua / le accarezza spavalda / pronta a sputare.

 

L’uomo va come perso nella sua esistenza, spesso raggomitolato nel timore, nel nascondimento, nella paura e costantemente interrogato dalla mancanza di qualcosa, dalla sensazione della presenza di un’immensità abissale che lo mantiene in bilico nel vuoto. La voce lo spiazza, gli dice: ti prego, entra. ‘Ecco, cercavi tra l’erba le parole…’, alza lo sguardo - prosegue - ciò che da tempo cercavi è qui, davanti a te. Dolce la poesia, quando conosce questa dialogia, quando è premurosa, quando è attenta e risoluta.

Hölderlin diceva che i poeti dicono il taciuto, cantano quella nuda assenza di protezione che poi ogni essere umano cerca di mascherare tutta la vita dietro a progetti e previsioni. I poeti sono coloro che rischiano di più, nella visione del filosofo tedesco Martin Heidegger, perché si giocano tutto, cioè l’essere stesso. Il poeta è colui che si mette a repentaglio, si inoltra in radure oscure e minacciose per ritornare con un soffio, con del vento in grembo, con delle parole.

Già, parole. Parole per parlare. Parlare è un modo innocente, un modo nudo - di ‘stare in questa vita’, scrive Roberto Masini. Di ciò che siamo, noi possiamo parlare, ne possiamo dire qualcosa liberando dal pugno quel vento potente. Seguendo Baudelaire, trovando Nietzsche, la parabola di quel grido sputato all’aria per l’indifferenza del tempo che passa finisce in terra, la secca terra che ‘ci tiene stretti,ci chiama’, che consola l’ultima brace del sigaro, che protegge quel che resta di noi. La terra che non basta, ma resta.

Il poeta dà una risposta notevole sia all’orrore baudelairiano che alla disperata forza nietzscheana: ‘Oltre il tempo rimaniamo noi’. C’è una speranza che viaggia oltre, che si libra al di là della claustrofobica chiusura del Cielo: la relazione, la comunità. La poesia incontra l’altro, l’alterità: c’è un noi che libera il poeta da ogni solipsismo lirico o egotismo poetico, un altro che mi tende una mano e mi dona altro tempo e nuovo spazio. Emmanuel Lévinas scrive che la relazione con l’altro non può essere ridotta al soggetto, alla sua singolarità, al suo personale sentire, ma deve essere una dialogia, un’incontro fra parole vive: la poesia che non si chiude nello scritto ma si libra al di là della pagina bianca per diventare suono e melodia, teatro di e per la comunità, luogo in cui chiunque possa respirare quel soffio guadagnato dal poeta e rinascere alla speranza.


Nella penombra m’affaccio, / consueto silenzio / rotto dall’inquieto mio essere. / Tu guardi / mentre servi il the, / non dici nulla, / poi stendi la tua vita, / me la doni come fosse / storia anche mia.


Questa parola cercata, la vita che oltre ogni tempo è di colpo  pienezza di tempo, nasce come dono del corpo: parola piena, presente. Non c’è poesia senza chi la dica, senza chi arrischi il suo corpo nel dono del vento. Non c’è poesia, inoltre, senza un incontro e senza un altro, che, vivendo,  dona. ‘Tu guardi’ , leggi, getti un occhio su di me, sulla poesia, ma ‘poi stendi la tua vita’ e doni nuovo tempo inatteso al mio tempo, io che pensavo fosse finito.

Forse il luogo in cui la poesia di Roberto Masini si fonda, la parola a lungo cercata e attesa, è il dono. Frutto della sera, figlio del vento che tutto scompiglia e grida, il dono conosce in sé il gioco e la libertà: l’esistenza ‘giocosa’ è nei versi di Masini un’onda che riflette il Cielo e raccoglie il vento, si muove libera nel suo stesso gioco e scopre sempre nuovi confini, altre rive che, da tempo rimaste secche nello scorrere del tempo ricevono acqua fresca, orizzonti vasti e nuove possibilità. Ricevono sale.

 

Teniamo tutto, / camminiamo ancora, / il cielo inizia a schiarire.

 

L’amore persevera ogni giorno, nel quotidiano, quando muore nel sale per dare gusto e salvezza a ciò che tocca; non smette mai: continua ad infrangere distanze e riempire spazi, coprire spiagge e donare più del dovuto. Il quotidiano ‘nascosto e senza cronaca’  di Roberto Masini è l’onda che bussa al cuore, la vita che reclama la sua semplice nudità; una poesia che, nell’abbondanza di un abbraccio, lascia il sapore di un’eternità silenziosa che giace nel nostro profondo, fra gli strati delle maschere che indossiamo ogni giorno, per essere vissuta e liberata nel dono che essa stessa è.


Daniele Referza


Casa Editrice L'Arcolaio

figlioccio @ 14:08 | commenti (2) | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

Bastardi senza gloria - la vendetta di Tarantino continua..

Archiviato il sabato, 24 ottobre 2009 in: films
Bastardi senza gloria Che Quentin Tarantino abbia della genialità nel creare i suoi film è fuor di dubbio; che riesca a trar fuori dai personaggi una materia assolutamente esotica ed espolsiva è evidente; che ancora meglio abbia una precisa volontà narrativa è senza dubbio un aspetto che lo rende sorprendentemente originale e unico.
Questa nuova puntata della saga di Tarantino si snoda in un passato mai scritto: siamo nel 1941, nel pieno della seconda guerra mondiale. Il primo capitolo ci mostra la campagna francese dove mentre un uomo spacca della legna vede profilarsi all'orizzonte una camionetta militare piena zeppa di soldati nazisti. La perfezione cinematografica della ripresa e l'assoluta performatività dei dialoghi che si snodano negli istanti succesivi della vicenda non fanno che cercare l'ampiezza sensoriale di un aperto conflitto che dalla guerra mondiale si concentra nella casetta di questo omone francese: la tensione 'western' del cinema Tarantiniano si sente tutta insieme, mentre il gioco di linguaggi - tedesco, francese, inglese - e musicale - Morricone style - non fanno che dare un piano epico alla vicenda, grande marchio di fabbrica del cinema del regista statunitense.
Senza stare troppo a dire degli eventi specifici della vicenda, che senz'altro resta entusiasmante e imprevedibile fino alla fine, è interessante notare questa luogo centrale e portante del 'poema' di Tarantino: la vendetta. La violenza estrema dei suoi film - talmente estrema da divenire quasi esterna, vuota, certamente cruda - è il ritmo che segna la melodia, l'accento che guida il linguaggio: c'è racconto, in tutti i suoi film, in quanto c'è una vittima da vendicare. La violenza che regna sovrana in queste pellicole è una presenza che pre-esiste alla storia, noi la troviamo già là, precedente, perchè è lei la protagonista della vicenda e che nei vari intracci mostra una nuova sfaccettatura di sé.
'Le avventure della vendetta', si potrebbe chiamare il cofanetto di tutti i film di Tarantino. La questione che rimane interessante è: perchè? Di quale segreto ci sta silenziosamente parlando Tarantino, quale sottofondo inconscio vuole mandare in onda nella grande console della coscienza? Oggi più che mai Tarantino è portatore di un messaggio, lo stesso che molto tempo indietro sarebbe rimasto senza seguito: ai nostri tempi questo suo cinema estremo e simbolico colpisce molti.
Il tempo che viviamo è il tempo del risentimento. Il tempo delle violenze represse, sotterrate, taciute e dei desideri nascosti. Il tempo della vendetta cercata, voluta, desiderata. Il tempo della fine della misericordia. Quale prospettiva può esserci in una società senza giustizia, senza umanità e priva di amore? La risposta di Tarantino è chiara ed inquietante. La risposta è il ritorno allo stato primitivo della violenza di tutti contro tutti. La risposta del regista è l'ascesa di una giustizia del più forte - la lotta. La lotta che viene a tal punto esternata ed amplificata da creare piena catarsi e sublimazione, purificazione e fuga.
Quale prospettiva ci dà la vendetta? La vendetta. Non c'è violenza che richiami a sé nuova violenza. Non c'è vendetta che non porti con sé nuovo spargimento di sangue. Insomma: non c'è prospettiva al di là della pulsione. Non c'è mondo. Per questo Tarantino ci porta sempre in un altro mondo, un luogo che non può esserci...pur essendoci. Crea una possibilità dal nulla, affinchè resti lì.
Il viaggio che ci permette di fare, l'alterità che ci permette di incontrare e di cui fare esperienza resta una cosa in sé, un'isola, un non-luogo, localizzato in un'idea. Questo è il suo grande pregio: darci l'impossibile affinché noi possiamo riconoscerlo, guardarlo bene in faccia per non desiderarlo mai.

Voto: 8


figlioccio @ 15:38 | commenti (2) | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

Una foto a Mattinata

Archiviato il martedì, 18 agosto 2009 in: racconti, mattinata
In dieci muniti forse riesco a rendere l'idea: comincio subito. Tante bancarelle, tanta gente, urla, caldo e colori. Mi intrufolo sorridente nel mercato di Mattinata come se fosse una tappa necessaria di un pellegrinaggio estivo: cerco qualcosa tanto per cercare, mi fermo, aspetto, "guarda che bello!" mi dice Vero, "scusi, quanto viene?" chiede con voce ferma al tizio della bancarella; io mi giro, guardo, ascolto. Tutto suona familiare, il bianco delle case, il calore del sole, li sapore di mare. Come se l'avessi già vissuto. Passano tre signore rotondette, le sento pronunciare suoni esotici e misteriosi, guardano le bancarelle con esperienza e disillusione e tirano avanti, lasciando dietro di loro quel puzzo di sudore così forte che da sempre mi ricorda questo posto..signore in nero, super-vestite ed accaldate, commari che da piccolo mi stringevano al petto lasciandomi soffocato da odori di tale sudore; ciabattano le commari al mercato, affrontano le salite del paese tutte dritte sbattendo lo zoccolo sul tallone umido come per farsi sentire a ritmo. "Donne!" grido un paesano che porta il pesce nel mio orecchio destro, tanto forte che mi fa saltare! "Pesce fresco signo'!!" prosegue nel suo canto. Tre francesi si fermano e lui ride, le porta in giro e loro mostrano con simpatia il sorriso ebete di chi non ha capito assolutamente nulla di ciò che gli è stato detto. Io mi compro gli occhiali. Lo faccio quasi ogni anno: mi sembra di fare un affare, voglio che lo sia. "Mi stanno?", chiedo a Vero, "che dici?" "si dai, stanno carino!" dice lei, e sorride. Anch'io sorrido, felice. In quegli occhiali si riflette il mondo, questo mondo bianco. Quante volte avrei potuto e non ho voluto scattare questa fotografia, lasciare del tempo alle mie radici. Quante volte t'ho dimenticato. Adesso ritorno, innamorato, con gli occhi lucidi, a riposarmi fra le tue braccia, Mattinata, per sentirmi di nuovo a casa, per sempre.
figlioccio @ 17:20 | commenti | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

Il Leone, Venezia e la via del tramonto

Archiviato il venerdì, 31 luglio 2009 in: racconti, proposte, nietzsche, incoscienze
Partire per Venezia e tornare da Venezia. In questa frase c'è un mondo di tempi, situazioni, 'cose' che scuotono l'attenzione del pensiero; 'esserci' a Venezia, invece, è l'esperienza presente di una forma vivente. Con questa frase, forse, si può ben descrivere il concetto di apparenza che Schiller mostra come l'essenza dell'arte: apparenza non come parvenza, non come 'mi appare questa cosa qui..', non come semplice visione, ma come 'strada' che porta alla verità della cosa, modo del manifestarsi dell'essenza. L'impressione che ci lascia la realtà, l'affectum che domina la nostra esistenza è un'opera d'arte. L'uomo che si lascia determinare dalla libertà tramite l'arte è l'uomo che va verso l'orizzonte dell'umanità, cioè l'integrità del nostro essere, l'essere-umano. Essere a Venezia, per tutto ciò, è essere nell'arte. Che cos'è l'arte? E' cercare nell'opera l'essenza, cioè il gioco libero dell'essere, pura forma. Questa è venezia: una potente forma. La potenza formale che ti assale quando percorri il Canal Grande o subisci l'imponenza della piazza di S.Marco. La forma che ti impressiona, ti prende e ti emoziona, ti 'morde' come un leone. Questa metafora forse è proprio ben messa per far luce su ciò che voglio dire: la forma d'arte di Venezia è un leone, un imponente opera difensiva che protegge e custodisce un tesoro, cioè il cuore, l'anima della città. Ai turisti che da tutto il mondo la affollano, ai curiosi che ogni giorno in migliaia la ammirano, Venezia mostra lo splendore del volto del suo leone, il suo orgoglio, la sua potenza, il suo enigma: una sfinge impenetrabile che continua a chiamare le genti da ogni parte del mondo per rispondere al suo misterioso segreto, alla sua bellezza. Nelle profondità del mare essa poggia le sue fondamenta, nei riflessi dell'acqua il suo gioco; la faccia che dona al mondo è la regina delle maschere e la sua festa è il tripudio del nascondimento. Ma c'è un segreto che sorregge Venezia nel suo galleggiare imperiosa fra le acque: il cuore che pulsa dietro tanto splendore, la soluzione del''enigma, il volto che strappa la maschera: l'avidità. Il volere di volere, il potere; dietro la facciata, il decomporsi progressivo dell'interiorità. La criniera del leone copre, come un trucco, il perdersi della città nel tempo, la carie che dall'interno mangia senza freno, avidità che vuole se stessa. Volontà di potenza? L'arte come volontà di potenza, forse (Heidegger su Nietzsche), che non apre ma si chiude in se stessa. Ma avidità vuol dire anche andare oltre, desiderare oltre la realtà, volere il sogno: portare sulla terra la bellezza e respirare l'eternità. Venezia è quindi ambizione, sregolatezza, bramosia: è una città che si chiude nell'essenza più pericolosa dell'uomo, nel vivere per il futuro, per l'avvenire, nel controllo. In questo modo Venezia è una parola che parla ad ogni uomo, un monumento che rispecchia ciascuno e lo guida nel suo vivere, un punto di riferimento, una stella: una luce incantevole che danza sul mare nella via del tramonto. Danza in maschera fino a sera, quando il suo maggior bagliore arriverà al mondo pieno della sua potenza, prima di venir sommerso dalle acque e celato dal mare in eterno.
figlioccio @ 18:43 | commenti | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

Jeremy Bentham - Sulla sofferenza

Archiviato il mercoledì, 17 giugno 2009 in: aforismi, proposte


Verrà il giorno in cui il resto degli esseri animali potrà acquisire quei diritti che non gli sono mai stati negati se non dalla mano della tirannia. I francesi hanno già scoperto che il colore nero della pelle non è un motivo per cui un essere umano debba essere abbandonato senza riparazione ai capricci di un torturatore. Si potrà un giorno giungere a riconoscere che il numero delle gambe, la villosità della pelle, o la terminazione dell'osso sacro sono motivi egualmente insufficienti per abbandonare un essere sensibile allo stesso fato. Che altro dovrebbe tracciare la linea invalicabile? La facoltà di ragionare o forse quella del linguaggio? Ma un cavallo o un cane adulti sono senza paragone animali più razionali, e più comunicativi, di un bambino di un giorno, o di una settimana, o persino di un mese. Ma anche ammesso che fosse altrimenti, cosa importerebbe? Il problema non è "Possono ragionare?", né "Possono parlare?", ma "Possono soffrire?".
(da J.Bentham,
'An Introduction to the Principles of Morals and Legislation', 1789)

Mi sembra interessante ciò che afferma Bentham a proposito della sofferenza: si può tracciare per questa una linea invalicabile? C'è un irriducibile essenziale per il quale si può dire solo Si o No? Che sofferenza è sofferenza? Chi è il sofferente? Il testo di Bentham va oltre il problema dei diritti e della legislazione, va oltre, si potrebbe dire, la rivoluzione francese: il dubbio di Bentham abbraccia il problema della verità. Il problema della verità ci mette innanzi l'alterità. Chi è quest'altro? E quest'altro? Chi sono Io? L'altro che soffre mi distrae, mi porta oltre me stesso, mi chiama: Aiutami! In questa situazione ciascuno si chiede: "Che posso fare?", "Come posso aiutare?"; ogni domanda rimarca la condizione di insufficienza dell'Io, devo chiedere perchè non so o non sono qualcosa, come quando un innamorato chede "mi ami?" all'amata e viceversa: l'amore dell'altro mi sfugge, non posso possederlo, non è mio, non sono Io. L'altro, allora, mi spiazza: mi procura una mancanza di verità. Io, che penso di essere tanto sicuro di me stesso, non sono l'altro e non lo so. Perciò: qual'è la linea invalicabile? Qual'è l'altro che traccia la linea della verità? Che alterità mi porta alla verità? La felicità per l'uomo è l'integrità con la verità, l'essere nella verità ed il camminare portandola nel suo essere; la sofferenza è nell'escludere parti di verità, nel non voler accogliere delle alterità. L'ascolto di questa sofferenza è l'ascolto del grido di tutto ciò che chiama l'uomo alla felicità, al di là del suo Ego; è l'alterità che può sciogliere l'Io, l'altro sofferente che può avvicinare l'uomo a Dio. Non esiste linea invalicabile, non c'è nulla che sospenda la relazione con l'alterità: la verità è nel farsi della verità, nella sua danza; il nostro esserci è lo stare al passo, l'ascolto della melodia, il risuonare della parola vera con tutti i sensi e nel rispondere a ciò che è altro da noi con una disponibilità responsabile.
figlioccio @ 14:06 | commenti | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

MARTEDI SERA, CENA A BASE DI FAGIOLI NEL SALONE PARROCCHIALE. SEGUIRA' CONCERTO....

Archiviato il domenica, 14 giugno 2009 in: humor
Forse non capita a tutti di leggere gli annunci che vengono posti nelle bacheche parrocchiali: male! Se vi soffermaste più a lungo a curiosare in quei fogli trovereste affermazioni che sono involontariamente fonte di comicità per la loro clamorosa ambiguità...
Cominciamo:


ridereGIOVEDI ALLE 5 DEL POMERIGGIO CI SARA' UN RADUNO DEL GRUPPO MAMME. TUTTE COLORO CHE VOGLIONO ENTRARE A FAR PARTE DELLE MAMME SONO PREGATE DI RIVOLGERSI AL PARROCO NEL SUO UFFICIO.

IL GRUPPO DI RECUPERO DELLA FIDUCIA IN SE STESSI SI RIUNISCE GIOVEDI SERA ALLE 7. PER CORTESIA USATE LE PORTE SUL RETRO.

VENERDI SERA ALLE 9 I BAMBINI DELL'ORATORIO PRESENTERANNO L'"AMLETO" DI SHAKESPEARE NEL SALONE DELLA CHIESA. LA COMUNITA' E' INVITATA A PRENDERE PARTE A QUESTA TRAGEDIA.

CARE SIGNORE, NON DIMENTICATE LA VENDITA DI BENEFICIENZA! E' UN BUON MODO PER LIBERARVI DI QUELLE COSE INUTILI CHE VI INGOMBRANO LA CASA. PORTATE I VOSTRI MARITI.

TEMA DELLA CATECHESI DI OGGI: "GESU' CAMMINA SULLE ACQUE".
CATECHESI DI DOMANI: IN CERCA DI GESU'.


IL CORO DEGLI ULTRASESSANTENNI VERRA' SCIOLTO PER TUTTA L'ESTATE, CON I RINGRAZIAMENTI DI TUTTA LA PARROCCHIA.
figlioccio @ 13:25 | commenti (1) | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni

La ragazza di Facebook

Archiviato il domenica, 07 giugno 2009 in: video



figlioccio @ 17:22 | commenti | VOTA!! | | |   | post<li> | Traduzioni